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18/08/2007
Trattamento di fine rapporto e pensione… il futuro di chi lavora.
Dopo almeno venti anni di servizio e battaglie nelle varie guerre dell’Impero il legionario romano, congedato con onore, riceveva, come riconoscimento dell’impegno e fedeltà a Roma, un appezzamento di terreno, un podere o una piccola tenuta in una delle Province che egli stesso aveva contribuito a conquistare, per poter provvedere al proprio sostentamento. È forse questa la prima origine di quello che oggi noi chiamiamo “TFR” (trattamento di fine rapporto di lavoro), che è l’evoluzione della buonuscita. Il TFR però non è una regalia o un premio al bravo lavoratore che lascia il lavoro, esso è un compenso differito e cioè una quota di salario o stipendio mensile che viene trattenuta dal datore di lavoro, accantonata mese per mese, e restituita al lavoratore nel momento in cui questi lascia l’impiego. Quindi il TFR è costituito con il denaro dello stesso lavoratore (a cui si aggiunge una rivalutazione, calcolata in relazione all’inflazione). E così, durante gli anni di lavoro, le quote di TFR trattenute ai dipendenti, vengono normalmente utilizzate dalle imprese per tutte le necessità aziendali. Le grandi aziende (Eni, Ferrovie, ENEL, etc.) che hanno migliaia di dipendenti con molti anni di lavoro, trattengono ed utilizzano vari milioni di euro dei TFR dei loro dipendenti, evitando di chiedere prestiti al sistema bancario. Un metodo semplificato per calcolare l’ammontare del TFR di un dipendente a tempo indeterminato è quello di conteggiare uno stipendio mensile netto per ogni anno di lavoro; quindi un lavoratore che guadagna 900,00 euro al mese e che ha lavorato per cinque anni, ha accumulato un TFR di circa 4.500,00 euro lordi che gli saranno restituiti quando, per qualunque causa, termina il rapporto di lavoro. Ma la situazione attuale sta cambiando per una serie di motivi: il più importante è quello della variazione del modo in cui si calcola la pensione dei lavoratori. Fino agli anni ‘90 la pensione veniva calcolata secondo il sistema “retributivo” per cui l’importo della pensione era pari a circa l’80% della retribuzione media degli ultimi anni di impiego. Questo sistema consentiva a tutti di avere un discreto trattamento pensionistico ma non era sostenuto dai versamenti effettivi di contributi; poteva infatti accadere, per diversi motivi, che un lavoratore versasse per trentacinque anni contributi bassi sulla base di uno stipendio basso, se poi negli ultimi cinque anni il suo stipendio aumentava la pensione veniva calcolata pari all’80% di quelle ultime retribuzioni e non su tutto il periodo di versamenti. Ma gli enti pensionistici non possono incassare 5 ed erogare 15, pena il dissesto finanziario. Inoltre l’allungamento della vita media della popolazione ha fatto constatare che le pensioni calcolate con il metodo retributivo dovranno essere erogate per un periodo ben maggiore del previsto, specie ai lavoratori che sono andati in pensione anticipatamente. Questi problemi hanno portato ad una riforma delle pensioni che ha attirato l’attenzione di tanti cittadini sul numero di anni di lavoro, mentre in realtà la riforma ha revisionato il sistema di calcolo dell’ammontare della pensione. L’attuale sistema infatti viene definito “contributivo”, basato cioè non sulla retribuzione ricevuta, ma sui contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa. Con questo nuovo sistema di calcolo però le pensioni di chi ha iniziato a lavorare da una dozzina di anni, saranno pari, dopo quaranta anni di versamenti, a circa il 40% della retribuzione e non più all’80%. Da qui la necessità, per i lavoratori, di costruirsi una “pensione integrativa” versando, oltre che quelli all’INPS, altri contributi anche a società finanziarie che gestiscono i Fondi Pensione Privati. Queste società quindi incamerano, mese per mese, i soldi versati dai lavoratori che scelgono di avere la pensione integrativa, li investono in attività economiche e, se tutto va bene, dopo 20/30 anni erogano una pensione aggiuntiva che dovrebbe consentire ai futuri pensionati un tenore di vita adeguato. Cosa c’entra, a questo punto il TFR, di cui prima si parlava? Di fatto questi Fondi per le pensioni integrative non hanno trovato, ad oggi, molti aderenti, sia perché molti non sono informati sulle loro effettive pensioni, sia perché essi rappresentano sempre un investimento a rischio, ma soprattutto perché i dipendenti non hanno la capacità di versare altri contributi oltre a quelli che già versano. Ed ecco che il famoso TFR di cui si parlava, entra nel gioco: i nostri governanti hanno riformato la materia dando ai lavoratori dipendenti la facoltà di decidere, anche prima di terminare il rapporto di lavoro, se versare le proprie quote di TFR maturato, nei Fondi Pensione Privati, se versarle all’INPS, o se lasciarle, come ora, nelle mani dell’azienda presso cui lavorano. Naturalmente i dipendenti che versano il TFR maturato nei Fondi Pensione, non avranno più diritto, nel momento in cui lasciano il lavoro, ad alcun TFR (o liquidazione o buonuscita). Essi però potranno avere, dopo aver maturato gli anni necessari, una pensione integrativa, derivante dai contributi versati ai Fondi Pensione Privati, da aggiungere a quella derivante dai contributi versati all’INPS. Non è facile calcolare a quanto ammonteranno le pensioni dei futuri pensionati anche perché per versare dei contributi bisogna prima entrare stabilmente nel mondo del lavoro; i lavoratori precari o a tempo determinato infatti non avranno tanta scelta e, come il legionario romano di duemila anni fa, dovranno uscire salvi da molte battaglie prima di potersi “congedare”, ma in questo caso senza il piccolo podere da coltivare.
 

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