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29/11/2007
Class action: nuoce gravemente alla salute.
Utilizzare parole o locuzioni in lingua straniera ha principalmente lo scopo di confondere l’interlocutore, di suscitare in lui un senso di inferiorità o arretratezza e di impedirgli una partecipazione alla discussione. Quando questa abitudine riguarda il mondo dello spettacolo o della pubblicità commerciale il disagio è circoscritto a quella specifica occasione; ma se invece si usa questo trucchetto per proporre, discutere ed emanare Leggi e Regolamenti dello Stato, è lecito nutrire dei sospetti sulle reali intenzioni di chi tenta di manipolare l’opinione pubblica. Le parole innanzitutto: “class action” , in sè, significa “azione legale di categoria”, ed è un istituto del diritto degli Stati Uniti d’America. In quel Paese, che comunemente si riconosce come una grande democrazia, si è potuta osservare, prima che in altre nazioni, la piena attuazione dei principii del liberismo economico: libero commercio, libera impresa, libera iniziativa, libero mercato, libero consumo etc. Ma proprio in quel Paese, si sono poi osservati gli effetti di tutte queste libertà messe insieme, sulla collettività (e ci perdonino gli esperti della materia per qualche semplificazione). Libero commercio può anche significare commercio di esseri umani ovvero schiavismo; libero mercato può anche tradursi nella compravendita di sostanze venefiche o di prodotti alterati; libera iniziativa può anche portare ad un processo di raggruppamento di imprese (trust) nelle mani di un solo monopolista talmente potente da determinare l’annullamento della libertà per gli altri cittadini imprenditori o consumatori. Negli U.S.A. questi fenomeni si sono verificati prima e in maniera così ampia da indurre i cittadini a richiedere, proporre ed attuare dei limiti al liberismo economico. Si è compreso in altre parole che la libertà di Giovanni, anzi di John, finisce dove inizia la libertà di Maria, o di Mary, se preferite. Fu così che, sempre in quel Paese, fu combattuta una guerra civile durata 4 anni, per abolire la schiavitù; fu negli U.S.A. che si emanarono le prime leggi “antitrust”, ovvero le contro le concentrazioni di imprese, fu sempre lì che, dopo la Grande Crisi economica del 1929 si posero le norme dell’intervento sociale dello Stato a supporto delle classi povere: la locuzione in inglese è “welfare State”. Quindi, sempre nell’ambito del liberismo economico, negli U.S.A., furono man mano introdotte delle norme che ponevano dei limiti alle aberrazioni del liberismo economico o davano degli strumenti per difendersi dalle stesse. Uno di questi strumenti è appunto la “class action” l’azione legale di categoria. Nel sistema americano quindi se un certo numero di cittadini si sente danneggiato dalle attività di una impresa, o scopre che un prodotto provoca dei danni alla collettività, può ingaggiare uno Studio Legale e chiedere l’avvio di una azione collettiva per il risarcimento del danno provocato dalle attività o dal prodotto specifico di quell’azienda. Questi cittadini, accomunati dal danno subito, dalla sottoscrizione del mandato allo Studio Legale, dal versamento delle spese per l’azione stessa, per la ricerca di prove, perizie, testimonianze etc. vengono definiti una “class”, e la loro azione legale, una class action. In questa azione legale è onere dei ricorrenti quello di dimostrare il nesso di causalità tra il prodotto o l’attività dell’impresa ed il danno subito alla salute (tumori, cancri, menomazioni, anomalie genetiche, malformazioni etc.) o al patrimonio (mancati versamenti di contributi, falsificazioni di bilanci, truffe finanziarie) o il danno morale (depressioni, suicidi etc.). Ciò implica che l’azione legale deve essere ben strutturata e ben documentata e quindi spesso accade che gli studi legali debbano impiegare delle risorse proprie, ovvero spendere soldi propri per pagare gli esperti, condurre le indagini, ritrovare i testimoni delle azioni illecite, e quindi “rischiare” in prima persona di perdere la causa. Se invece la causa viene vinta lo Studio Legale ingaggiato partecipa ai benefici del risarcimento per una quota che si aggira sul 33% del risarcimento stesso oltre le spese sostenute. Tutti avranno visto qualche bel film americano sull’argomento, dove una bella avvocatessa ed un aitante investigatore scoprono un delitto commesso da una ricca società e ottengono milioni di dollari di risarcimento per le povere vittime. Ed a tutti si lascia immaginare, quando si delinea l’introduzione della “class action” in Italia, che questo sistema possa essere riproposto pari pari nel nostro Paese, patria del diritto dai tempi di Cicerone. Infatti anche nel nostro Paese si sono verificate delle controversie che hanno visto gruppi di cittadini intentare causa ad aziende o imprese o enti di gestione come le cause per i lavoratori morti per l’uso dell’amianto, o di tante altre sostanze chimiche; cause per i morti del Vajont, o per i crolli di scuole; cause per la vendita di titoli obbligazionari fasulli, o per l’inquinamento da sostanze tossiche delle acque e dell’aria. A tutti è noto come si sono concluse quelle azioni legali e purtroppo non è stato possibile fare alcun bel film dato che, nonostante Cicerone, c’è qualcosa, o molte cose, nel nostro sistema giudiziario che non funziona nel modo americano, e chiamare le cose con un nome straniero difficilmente sarà sufficiente a farle funzionare. O no? Tuttavia possiamo trovare un motivo di conforto nel fatto che chi ci danneggia almeno ci prepara al peggio: per mettersi al sicuro da qualche azione legale, intentata da cittadini in procinto di morire per un tumore da fumo, il Monopolio dei tabacchi si è peritato di far scrivere, su ogni pacchetto di sigarette, un avviso a tutti i consumatori su una eventuale azione legale che recita così: “nuoce gravemente alla salute”.
 

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