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06/02/2008
Il valore dei rifiuti e lo scarabeo stercorario.
Alla fine del ‘700, mentre la Francia veniva percorsa dai moti rivoluzionari, lo scienziato e naturalista Antoine Lavoisier, armato di alambicchi e bilancini di precisione, nonché di una profonda curiosità, scoprì una delle fondamentali leggi della natura: nulla si crea, nulla si distrugge. Il concetto non era proprio nuovo, anche i filosofi greci lo avevano anticipato, ma la differenza fu che Lavoisier “misurò” il processo e scoprì, che se si brucia una certa quantità di legno, al termine della combustione, quel legno si sarà “trasformato” in una quota di cenere ed una quota di fumi. Ciò vale per quasi tutti i materiali che non possono “scomparire” ma solo “trasformarsi” in qualcos’altro. In breve quindi se prendiamo 1.000 tonnellate di spazzatura e la bruciamo, avremo mediamente 300 tonnellate di ceneri e 700 tonnellate di gas tossici e polveri sottili diffuse nell’atmosfera, e che pian piano cadranno di nuovo sulla terra e saranno assorbite dall’acqua, dalle piante e da uomini ed animali. Questo processo è sempre esistito e dato che gli atomi delle materie che compongono il creato sono sempre gli stessi, possiamo essere certi che molti degli atomi che compongono il nostro naso o, per dire, una delle nostre ossa, magari un milione di anni fa, componevano una fogliolina di una pianta andata in fumo durante un incendio, e ritornati attraverso innumerevoli trasformazioni a comporre la molecola della pupilla che legge queste frasi secondo il “principio della conservazione della massa”. Ed infatti in natura i “rifiuti” o la spazzatura non esistono, nel senso che ciò che viene scartato da un organismo viene utilizzato da un altro nella complessa e articolata catena alimentare, e certo il nostro eroe, lo scarabeo stercorario, non è l’unico che vive mangiando i rifiuti di altri animali; le specie “spazzine” sono tante: remore, molluschi e crostacei nei mari, topi, avvoltoi e insetti sulla terra, senza contare i miliardi di diversi batteri e microrganismi che incessantemente “mangiano” i rifiuti gli uni degli altri. Anche noi umani in realtà viviamo respirando ossigeno che è il “rifiuto” del metabolismo delle piante, senza contare gli innumerevoli cibi che mangiamo dopo averli fatti predigerire da lieviti e batteri. Negli articolati equilibri ecologici dei processi produttivi naturali quindi i rifiuti vengono continuamente riutilizzati da tutti gli esseri viventi. Nei processi produttivi del moderno sistema economico invece i rifiuti, gli scarti di produzione, i residui di lavorazione, le scorie, i rottami, gli sfridi, i materiali obsoleti ed infine la spazzatura, abbondano. Essi sono essenzialmente legati all’economia industriale, ed in particolare all’economia dei consumi (o dell’iperconsumismo), per la quale un prodotto comincia ad essere un rifiuto non appena ha lasciato la catena di produzione. Se prendiamo ad esempio le bevande e le bibite in lattina o in bottiglia, il costo della bevanda, composta essenzialmente da una certa quantità di acqua, coloranti e zucchero, è irrisorio se comparato al costo del contenitore, fatto di vetro o di alluminio. Tuttavia nel prezzo che paghiamo per la bibita è incorporato anche il prezzo del contenitore il quale, dopo qualche sorsata di limonata, diventa un ingombrante rifiuto da eliminare pagando la tassa sullo smaltimento dei rifiuti (TARSU). Tuttavia se il contenitore appena comprato è riciclabile, ovvero di vetro o alluminio o plastica, c’è la possibilità di regalarlo alle società che effettuano, per appalto pubblico, la raccolta differenziata, le quali provvedono a stoccare le quantità di rifiuti (alluminio, vetro e plastica). Da quel momento il rifiuto cessa di essere tale e prende il nome di “materia prima secondaria”, ovvero alluminio (o vetro, carta, plastica etc.) riutilizzabile e viene quindi venduto dalle aziende che lo hanno raccolto (gratis) alle aziende che lo ritrasformano in un nuovo prodotto. Questo procedimento, ormai ben sperimentato, consente alle aziende si vendere e rivendere lo stesso contenitore più volte riplasmato, dato che il consumatore/acquirente viene indotto a versare un prezzo sia al momento dell’acquisto del prodotto, sia al momento dello smaltimento del materiale. Eppure le materie regalate sono materie prime “secondarie” ovvero materie prime già pronte per un successivo utilizzo, in quanto hanno già subito il primo processo di trasformazione da materia grezza a materia lavorata. Qual’è il valore di queste materie? Qual è il valore dei rifiuti? Tecnicamente la valorizzazione del rifiuto riciclabile può essere ottenuta computando i costi della raccolta (costo dei cassonetti e del trasporto, costo degli addetti e costi di gestione) e considerandoli come il “costo di produzione del bene”, ottenuto il quale si può stimare il prezzo di vendita del bene stesso. Con questo procedimento si rimette il “rifiuto” nella logica del mercato e si remunera il consumatore che in cambio di una certa quantità di materia prima usata (bottiglie di vetro) riceve una certa quantità di denaro dalla azienda a cui vende i suoi “rifiuti”. Il sistema descritto, non è molto diverso da quello utilizzato per la rottamazione delle auto obsolete (che sono un rifiuto complesso), e consentirebbe di incentivare la raccolta differenziata sia dei rifiuti complessi (auto, lavatrici, computers etc.), sia della singola lattina di birra. Anzi, sapendo di poter ricevere una remunerazione per ogni “rifiuto” riciclabile, il consumatore desideroso di recuperare una quota di quanto ha pagato, troverebbe, senza tanti corsi di sensibilizzazione, il modo per riciclare tutto il riciclabile, e qualcuno più lungimirante potrebbe addirittura industriarsi per sfruttare quelle “miniere di materie prime secondarie”, oggi definite discariche. Infatti lo scarabeo stercorario non è il solo a conoscere il valore dei rifiuti.
 

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