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13/08/2008
L’insostenibile fragilità del turismo.
Quando si parla di turismo come risorsa economica -ed ultimamente se ne fa gran parlare- tutti gli interlocutori si dispongono positivamente ed a volte entusiasticamente alla discussione. Il motivo di questo positivo atteggiamento è da ricercare probabilmente nell’idea inconscia di una attività divertente, di poco impegno e ancor minore investimento, che ben si sposa con la “naturale predisposizione all’ospitalità dei popoli”, e che, per di più, apporterebbe grandi guadagni economici. La risorsa turistica quindi viene salvificamente presentata come il primo approdo per un Paese che ancora deve sviluppare una propria economia, o come ultima spiaggia per un Paese che non ha più altre risorse da utilizzare. In primo luogo, come al solito, vediamo le parole: senza addentrarci sulle abitudini ai viaggi di piacere e svago dei Romani, dei Greci o degli Egizi, il turismo, in senso moderno, è quell’attività che si è manifestata congiuntamente al raggiungimento di elevati livelli di benessere e capacità di spesa di alcune classi sociali dei Paesi ricchi della fine del 1800. Nell’Inghilterra, Francia, Germania, Olanda etc. lo sviluppo economico ed il conseguente benessere, unito ad un certo grado di interesse culturale, fece sì che il fenomeno del “viaggio di piacere e di studio” si diffondesse anche alle classi borghesi emergenti. Viaggiare, o “fare un tour”, in Paesi lontani, esotici o di antica cultura, con finalità di arricchimento culturale e passatempo, divenne un fenomeno diffuso che fu definito appunto “turismo”. L’industria del turismo, (o anche l’economia del turismo) dei nostri giorni, è invece, una cosa ben diversa, e segue, per grandi linee, il percorso che ha portato dalla bottega artigiana medioevale alla catena di montaggio della produzione e dei consumi di massa. Partendo dall’utilizzo di tradizionali mete di viaggio ed interesse quali dei bagni termali, dei siti archeologici o di culto, o delle spiagge marine, affidate all’iniziativa di imprenditori locali, il settore turistico si è man mano articolato nei vari sottoinsiemi, che rispecchiano i principali bisogni del turista ovvero: trasporto, permanenza, nutrizione, attrattive. Il trasporto ha dato luogo a compagnie di navigazione, ferrovie, linee aeree, pullman, taxi etc.; la permanenza ha sviluppato la necessità di pensioni, villaggi, alberghi, residences, etc, mentre ristoranti, mense, fast-food e trattorie soddisfano i bisogni nutrizionali del turista; infine le “attrattive”, che caratterizzano le diverse mete di viaggio, possono essere naturali o artificiali. Nel corso di poco più di un secolo tuttavia, questo variegato panorama di attività economiche legate al turismo ha subito quell’inevitabile processo di maturazione gestionale che comporta una integrazione aziendale “orizzontale” e “verticale”. In altri termini, seguendo lo sviluppo della competizione economica, le varie compagnie di navigazione o di trasporto si sono affrontate e selezionate sul mercato, e solo le migliori sono sopravvissute, prima inglobando quelle più piccole e poi riunendosi in cartelli di monopolio; parimenti è accaduto per l’offerta di permanenza che vede oggi prosperare le grandi catene alberghiere che includono le grandi catene della ristorazione e del catering. Il processo è andato avanti con l’integrazione verticale dei settori per cui abbiamo dei trusts dell’offerta turistica composti da grandi Società Turistiche, in grado di vendere dei “pacchetti turistici” che comprendono trasporto, permanenza, pasti e divertimenti, e che possono includere anche l’assicurazione sulla vita o sul bagaglio dei turisti e, per di più, delle articolate forme di rateizzazione dei pagamenti. In questi “trusts” infatti sono presenti, e spesso ne sono il cuore, delle società finanziarie di investimento, che effettuano accurati studi del mercato turistico per poi investire notevoli risorse in questo o quel settore o in questo o quel Paese. Ovviamente nulla di diabolico in tutto ciò, ma solo il principio base del raggiungimento del massimo rendimento dei capitali investiti. Il grande rilancio del turismo crocieristico ad esempio derivò, alla fine degli anni ‘80, dall’analisi della disponibilità di reddito di due segmenti di consumatori americani ovvero i pensionati autosufficienti e le famiglie di giovani manager con figli piccoli. Entrambe queste categorie di consumatori avevano reddito da consumare in turismo, ma le loro possibilità di viaggio potevano essere esplicate solo in determinate circostanze: pochi trasbordi, grande assistenza alberghiera, cibi sempre noti e familiari, cure mediche per gli anziani e animazione per i bambini, relax e sport per genitori stressati in carriera, e sicurezza garantita a bordo; il tutto mentre una grande nave bianca naviga tra famose località. I grandi gruppi del settore turistico quindi investirono in decine di navi da crociera, sempre più comode e grandi, con un orizzonte di rendimento quinquennale. La formula, ancora valida, è stata man mano esportata in vari Paesi, contemporaneamente alle susseguenti crisi finanziarie che hanno eroso o volatilizzato i redditi dei giovani pensionati o dei rampanti manager americani. Altri investitori si sono addirittura spinti a comprare intere isole o tratti di costa per crearvi dei mini paradisi nei quali trasportare, abbeverare, nutrire e far divertire, diversi segmenti di turisti-consumatori, precedentemente individuati, e per i quali vengono studiati nei dettagli i gusti, le tendenze, i tempi medi di vacanza, e, ovviamente, la capacità di spesa. Naturalmente per attrarre o indurre i consumatori a determinate scelte turistiche i settori marketing delle grandi società turistiche non badano a spese e realizzano film o miniserie televisive, e così accade che il turista richieda la vacanza esattamente come l’ha vista nel film, con la laguna blu, sulla love boat, nell’isola dei pirati, con le bagnine in perizoma rosso, o i pazzi piloti dei cieli etc. Come si può intuire il settore del turismo quindi può essere considerato “maturo”, con quote di mercato precostituite, società finanziarie di controllo, partecipazioni azionarie incrociate e tassi di rendimento competitivi per gli investitori. Esistono e resistono, ancora oggi, varie e gradevoli nicchie di mercato, sparse nei vari Paesi, in cui sopravvive un’offerta turistica, essenzialmente legata alla peculiarità del territorio, che, basandosi su gestioni non integrate e di tradizione familiare, riesce a soddisfare una clientela selezionata e danarosa (o occasionale e parsimoniosa): è il caso di amene località di antica tradizione come la costa azzurra, le costiere sorrentina ed amalfitana, quelle liguri, le località alpine ed altre perle sparse per il mondo; tuttavia il turismo di massa è in essenza un business di grandi dimensioni, che muove capitali ed interessi pari a molte volte il PIL di piccoli Stati. L’aspetto che però non si manifesta immediatamente dell’industria del turismo è il giro d’affari e le ricadute sul territorio. Per capire chi guadagna e chi perde in questo giro possiamo inventarci un esempio basato sulla splendida isola immaginaria di Tonga-Tanga, il cui “sindaco” un giorno viene contattato da un adviser dell’altrettanto immaginaria società finanziaria Moneyplus, la quale è intenzionata a fare grossi investimenti turistici a Tonga-Tanga. In breve ed entusiasticamente il sindaco concede alla Moneyplus, le spiagge più belle di Tonga-Tanga per sistemarci dei resorts, e delle strutture turistiche di vario genere, immaginando una bella pioggia di denaro che ricadrà sulla isoletta. Tuttavia i resorts, i pontili e le infrastrutture vengono costruiti da aziende specializzate europee, gli impianti elettrici, elettronici e di telecomunicazioni, da aziende americane, il piccolo aeroporto da una azienda giapponese, mentre l’appalto per tavolini, ombrelloni, sedie, letti e altre minuterie viene vinto da una azienda cinese. I turisti bevono aperitivi e vini italiani, birre tedesche, liquori inglesi, mentre l’acqua da bere ed i cibi sono forniti da un’azienda di catering francese, ed il fast food è americano; il personale, esperto e multilingue, sarà internazionale. Tutto ciò viene pagato dal turista con carta di credito prima della partenza, e va a retribuire, pro-quota, le varie aziende che hanno fornito i beni. Così il sindaco di Tonga-Tanga, che tanto aveva sperato in una cospicua ricaduta economica sull’isola si rende conto che il grande flusso di denaro atteso si riduce alla tassa per la concessione delle spiagge, al salario per il personale di fatica locale e agli introiti di qualche venditore di souvenir del posto, (quando non siano fabbricati in India o a Taiwan). Da uomo di mondo il sindaco dell’isoletta si accontenterebbe anche di questo, ma dopo i primi 4 o 5 anni i disinvolti costumi dei turisti evoluti hanno esacerbato gli animi della ortodossa popolazione locale che inscena una plateale protesta, denunciando anche l’inquinamento dei luoghi dovuto alla massiccia presenza di turisti. La fragile immagine del paradiso è infranta: i tour operators non possono vendere delle vacanze a rischio, le presenze di turisti calano, e l’adviser della Moneyplus ritorna dal sindaco di Tonga-Tanga, per proporgli di rilevare, a prezzi di realizzo, le strutture turistiche dell’isola per continuare in via autonoma la gestione del turismo. Il sindaco e il consiglio di Tonga-Tanga decidono di acquistare i resort della Moneyplus, con un prestito internazionale che l’adviser gli ha procurato. I nuovi gestori si rendono però conto che senza una rete di tour operator è difficile vendere le vacanze a Tonga-Tanga, inoltre gli impianti hanno bisogno di manutenzione specializzata, mentre bevande e cibi vanno importati a prezzi di mercato. Tonga-Tanga è ancora bella, e turisti ne arrivano ancora… Ma si sa, “business is business”, e dopo qualche tempo uno studio indipendente mostra che l’isola di Tonga-Tanga corre il rischio di essere sommersa da una qualsiasi onda anomala alta più di due metri. Il sindaco corre ai ripari, ma dopo un po’ qualche turista rimane punto da un pesce pietra; oppure un branco di meduse “pungigliose” compare nelle acque trasparenti dell’isola; oppure i casi di dissenteria aumentano; oppure gli impianti di generazione dell’elettricità sull’isola vanno in tilt; oppure i costi per la manutenzione dei resort aumentano; oppure il desalinizzatore dell’isola si rompe; oppure si scopre che il tasso di radioattività delle acque è superiore ai livelli medi della zona; oppure….. Il fragilissimo equilibrio turistico si infrange del tutto di fronte a queste nuove situazioni, anche perché, come per incanto, nuovi paradisi turistici, sicuri ed incontaminati, si sono dischiusi (per i turisti e per Moneyplus). Nel frattempo la popolazione diventa sempre meno propensa ed ospitale in quanto i Tonghesi, dopo qualche anno di vicinanza con i turisti stranieri, hanno scoperto di essere “poveri”, e di essere destinati a rimanere poveri e sottosviluppati, di non avere scuole, né possibilità di istruzione; di non avere possibilità di cura, né ospedali; di non avere la capacità di produrre energia e beni. Per di più hanno perso anche il gusto di vivere di pesca ed agricoltura, come i loro antenati, perché hanno imparato che quello che bastava loro per un anno viene consumato in una serata di addio al gruppo di turisti settimanali, e che quello che guadagna un cameriere in un anno viene pagato come ricompensa di una notte ad una signorina intraprendente. Resta ancora da considerare per i Tonghesi il debito internazionale per subentrare alla Moneyplus contratto dal sindaco, il quale comprende che l’investimento fatto senza la produzione in loco dei beni e servizi connessi è controproducente. Egli, non avendo letto questa storia, ha imparato cos’è l’insostenibile fragilità del turismo.
 

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