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19/01/2011
La serendipità, la pulce ed il federalismo fiscale.
Non vi sono soluzioni semplici a problemi complessi anche se molti problemi sono di semplice soluzione, come si intuisce dopo aver momentaneamente risolto un problema complesso con molte soluzioni semplici, applicate a caso e con una cospicua dose di … fortuna. Quanto sopra vale per molti tipi di problemi, da quello di una dieta dimagrante a quello di una ricerca scientifica e non a caso proprio gli scienziati utilizzano il termine “serendipità” (da un romanzo ambientato sull’isola di Serendip attuale Ceylon) per indicare le scoperte scientifiche avvenute casualmente nel corso di esperimenti che avevano tutt’altra finalità. Inoltre bisogna anche tener conto della capacità dello sperimentatore di interpretare i dati che derivano dall’esperimento: si narra infatti, tra gli studiosi burloni, di quell’entomologo che, studiando le pulci, voleva capire come mai queste saltassero; ne mise una sul tavolo e le intimò tre volte di saltare e la pulce tre volte saltò. Poi lo scienziato decise di tagliare le zampette alla malcapitata, la rimise sul tavolo e di nuovo le intimò di saltare, ma questa volta la pulce non saltò. Da ciò lo scienziato dedusse che le pulci hanno il senso dell’udito nelle zampette! Se questo esempio calza col tema richiestoci del federalismo fiscale lo si potrà giudicare dopo alcuni chiarimenti terminologici. Le parole innanzitutto: 1. per federalismo (dal latino foedus: patto, alleanza) si intende quel processo di nascita e formazione di un nuovo Stato che unisce, varie preesistenti entità politiche. Un esempio di tale processo è quello degli Stati Uniti d’America, laddove alcuni Stati si associarono, sulla base di scelte e convenienze politico-economiche in uno Stato Federale, cioè un “ente sovraordinato” ai singoli Stati, con una lingua, una moneta, una carta costituzionale, un esercito e una serie di istituzioni ed organi “federali” cioè sovraordinati a quelli locali. Anche altri Stati hanno un’organizzazione federale basata sugli stessi principii e processi. Nell’Italia preunitaria, divisa tra Regni e Ducati, il dibattito tra i pensatori, sulla forma di Stato da perseguire fu lungo e laborioso: alcuni -come l’abate Gioberti o i filosofi Mamiani, Ferrari e Cattaneo- propugnavano, per l’Italia del 1843, uno Stato confederale, sotto la guida del Papa, o federale sotto l’egemonia del Lombardo-Veneto degli Asburgo. Ma la Storia, le convenienze politico-economiche e lo spirito della Nazione fecero giustizia di queste proposte, e l’Italia unitaria di Mazzini e Cavour fu il risultato politico del processo risorgimentale. 2. la parola fisco deriva dal latino fiscus che era il cestello, la cassetta in cui si raccoglievano i tributi. Ai giorni nostri il termine “fiscale” indica in generale tutto ciò che attiene la materia tributaria e le politiche di intervento pubblico nell’economia, atteso che il Fisco, ovvero la capacità di imporre e riscuotere tributi, è l’essenza del potere e insieme la struttura fondante degli Stati moderni. Chiarito il significato delle parole risulta ancora da esplicare quello della locuzione “federalismo fiscale”, che letteralmente dovrebbe essere un “processo di associazione di Stati basato sui tributi”, il cui esempio più calzante è …l’Unione Europea, ovvero un’entità politica sovranazionale, finanziata con i tributi degli Stati membri, che attua politiche fiscali comunitarie. Invece, nel fuorviante gergo politichese, il ‘federalismo fiscale’ viene prefigurato come la potestà delle Regioni italiane di imporre e riscuotere tributi propri e utilizzare autonomamente le entrate fiscali. Questa potestà dovrebbe più correttamente essere definita “regionalismo tributario”, che, per inciso, esiste già nel nostro ordinamento. Probabilmente attraverso la regionalizzazione del fisco, si intende risolvere problemi complessi, come quello di “diminuire il prelievo fiscale, aumentare le risorse e i servizi pubblici per i cittadini, tutelando al contempo l’unità nazionale, la libertà di impresa, il libero commercio e le fasce deboli della società”. (?) Se questo è lo scopo del ‘federalismo fiscale’ bisognerà predisporre, seguendo una metodologia razionale, strumenti adeguati e preparare le procedure ed i sistemi di controllo per poter prefigurare gli effetti delle varie misure da adottare e confrontarli con gli scopi attesi, come si fa negli esperimenti, dato che di questo si tratta. Infatti gli unici elementi di valutazione di forme di ‘regionalismo tributario’ li ritroviamo nel passato medioevale -allorquando ogni principato, signoria o municipalità imponeva e riscuoteva dazi e tributi secondo le necessità del signorotto locale-. Oltre agli esempi del passato quindi appare tutto da scoprire l’effetto del regionalismo fiscale sull’economia nazionale, specie in un territorio come l’Italia, così esiguo rispetto alle dimensioni dei mercati e della finanza globale. Gli elementi da considerare sono molteplici: le aliquote dei tributi diretti e indiretti potranno essere diverse da regione a regione? Potranno essere introdotti dei correttivi territoriali a fronte di accise diversificate? Si potrà imporre un tributo di transito o un dazio sul territorio regionale? Sarà possibile variare l’incidenza dell’IVA su beni diversi prodotti in regioni diverse? La riscossione sarà pubblica o data in appalto? Le nuove imposte regionali si aggiungeranno a quelle Statali? Le Forze Armate, la Polizia, la Magistratura, l’Istruzione Pubblica etc. saranno pagati dallo Stato o dalle Regioni? Ci sarà un INPS o una Guardia di Finanza regionale? La Valle d’Aosta contribuirà a mantenere la Marina Militare o la Guardia Costiera? Chi pagherà tutto questo nuovo apparato? Etc. etc. L’effetto di una regionalizzazione del fisco inciderebbe in ogni caso sulla struttura fondante dello Stato e sull’economia nazionale che già annaspa nel traballante scenario economico mondiale: come potranno 20 piccole regioni italiane competere, in ordine sparso, con i giganti mondiali quali USA, Cina, India, Brasile etc. Ma una considerazione meno politica va aggiunta: anche lo scienziato che tagliò le zampette alla pulce non aveva ben chiare le finalità dei suoi esperimenti, e forse aveva dei nobili fini, o delle proprie impellenti necessità, per andare avanti a tentoni, e così invece di fare una scoperta utile ed imprevista, finì solo per mutilare inutilmente e senza gloria una piccola pulce. Fernando D’Antonio per salernoplus.it
 

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