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02/10/2008
Chi ha abbattuto Yamamoto?
La passione per la storia nasce in tarda età. Strano a dirsi, ma è una passione matura, visto che di solito si tende ad associare le passioni agli anni giovanili. A me è capitato d’improvviso: dopo i trent’anni ho cominciato ad interessarmi soprattutto di storia della seconda guerra mondiale. Naturalmente, la prima cosa che si fa in questi casi è rispolverare quanto si ha già sottomano ed io avevo con me un classico della selezione Readers Digest intitolato “Storia di uomini e avventure della seconda guerra mondiale”. Era un testo degli anni settanta che raccoglieva racconti risalenti all’immediato dopo guerra. Tra tutti mi colpì il racconto di un americano, Thomas J. Lamphier, pilota da caccia e protagonista di una impresa memorabile: aveva abbattuto l’aereo che trasportava l’ammiraglio Isoroku Yamamoto, comandante in capo delle forze giapponesi. Un colpo dal quale l’esercito del sol levante non si era più ripreso. Grazie a questo Lamphier divenne un eroe e fece una discreta carriera nell’industria e nella politica. Avevo dato per scontato l’episodio quando ecco che su una rivista appena comprata ritrovai lo stesso argomento trattato da storici di valore che avevano intervistato i giapponesi sopravvissuti e presenti il giorno dell’abbattimento e persino effettuato una spedizione nelle foreste dove l’aereo dell’ammiraglio si era schiantato. Risultato: la dinamica dell’abbattimeno riferita da Lamphier non era compatibile con quanto rilevato sull’aereo di Yamamoto e riferito dai giapponesi. Lamphier si era attribuito un merito non suo e ora anche negli Stati Uniti tutti sono concordi nel celebrare un altro pilota (tale Barber – sconosciuto e povero in canna) quale vero ed effettivo “abbattitore”. Sconvolgente, o forse no. Che fare allora? Pensare che si trattasse di un caso o della regola? Unica possibilità era quella di scegliere un altro racconto dal mio libro e verificare. Detto fatto scelsi “Come fu presa la fortezza di Eben Emael”. Eben Emael è una fortezza costruita in Belgio tra le due guerre mondiali. Si trova ancora alla confluenza del fiume Mosa e del Canale Alberto. La sua filosofia costruttiva era simile a quella della famosa linea Maginot, ma era considerato addirittura più moderna ed efficace, al punto che tutti gli analisti militari la consideravano imprendibile. Facendo perno su Eben Emael l’esercito belga avrebbe resistito a lungo ai tedeschi invasori, concedendo agli alleati francesi ed inglesi tutto il tempo necessario a mobilitarsi e dar loro manforte. Eppure il forte cadde e fu preso dalla Wermacht in meno di ventiquattro ore. Si parlò di armi segrete e di gas paralizzanti e l’opinione pubblica ne rimase profondamente impressionata (atterrita quasi). Ebbene, stando al racconto del mio libro si era trattato di un assalto effettuato da una sorta di arditi superaddestrati che, utilizzando grosse cariche di tritolo, lanciafiamme e cannoni antiaerei piccoli e precisi avevano prima fatto saltare tutte le mine intorno al forte e poi lo avevano assalito frontalmente con perdite spaventose, tra i fumi dei nebbiogeni e nonostante l’eroico comportamento della guarnigione belga. Lo stesso Hitler aveva premiato con la Croce di Ferro (massima onorificenza nazista) i pochi sopravvissuti. La prova che pochi fossero i sopravvissuti era data da una foto che ritraeva una decina di soldati intorno al Fuhrer il giorno della elargizione della onorificenza. Mentre cercavo riscontri a tale versione un giornalista Italiano (Sergio Valzania) decise di pubblicare un libricino sulla vera storia di Eben Emael in cui, fonti originali alla mano, l’autore chiarisce che gli assalitori (una cinquantina in tutto) si avvicinarono al forte di notte, di sorpresa e con alcuni alianti, che occuparono e distrussero tutte le cupole e le casematte del forte con relativa facilità, grazie anche ad alcune mine a carica cava particolarmente efficaci. Quello che risulta chiaro è che le perdite tedesche furono limitatissime (sei caduti e una ventina di feriti) e che la guarnigione Belga si comportò in modo davvero poco eroico, arrendendosi senza valutare le effettive possibilità di difesa. La foto che ritraeva “i sopravvissuti” in realtà comprendeva quasi tutti i partecipanti all’impresa. Tutti gli assalitori furono promossi e decorati, tranne un sergente tedesco che partecipò all’azione ubriaco e che per questo non fu promosso. Morale della favola? A parte le ovvietà del tipo “la storia è scritta dai vincitori” dalla mia esperienza si possono trarre alcuni utili insegnamenti. Mai fidarsi ciecamente delle fonti indirette o delle autocelebrazioni. Nello studio della storia occorre basarsi sulle fonti dirette e principalmente foto e testimonianze oculari. I documenti ufficiali e la memorialistica non sono che un contorno e qualche volta, anche senza colpa di chi li confeziona, risultano parziali, apologetici o autocelebrativi. Ora mi appassiona la storia dell'Operazione Avalanche, la storia dello sbarco alleato a Salerno il 9 settembre 1943 e ho avuto già qualche sorpresa....
 

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