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03/11/2008
Economia reale, economia finanziaria e legatura di valore.
Tutti noi conosciamo qualche brano, qualche aria o canzone in cui ad una nota lunga vengono aggiunti altri accordi o melodie come, ad esempio, si ritrova nell’”Aria sulla 4.a corda” di J.S. Bach, che è poi la sigla del programma televisivo Quark. Il collegamento della stessa nota ripetuta, viene chiamata dai compositori “legatura di valore”. Ma qual è invece il collegamento tra economia reale ed economia finanziaria? Qual è la “legatura di valore” per cui il mancato versamento di una rata di mutuo, da parte di John Smith operaio in Florida, può provocare il licenziamento di Johann Schmidt operaio in Germania e, in mezzo, una crisi che annienta risorse così ingenti da superare il prodotto interno di vari Paesi? Chiedendo venia agli esperti del settore per qualche esemplificazione, e pazienza a coloro che si accingono a trovare delle risposte all’interrogativo posto, tenteremo di dare una chiave interpretativa del fenomeno, che purtroppo non aiuterà Johann Schmidt, a ritrovare lavoro. Le parole: economia reale è un termine che nell’accezione comune vuole indicare quella parte delle attività umane che generano, in senso materiale, dei prodotti che si toccano e dei servizi che si percepiscono. In questa accezione agricoltura, zootecnia, estrazioni minerarie, industria di trasformazione, trasporto di beni, ristorazione, produzione di energia etc. etc., sono esempi di “economia reale”. A fronte di tale economia reale esiste un altro gruppo di attività umane: la gestione del risparmio, l’investimento in imprese, l’attività di credito, il finanziamento di debiti, l’assicurazione dei rischi, lo sconto di effetti, la compravendita di obbligazioni o titoli rappresentativi di beni etc. etc., che, nell’accezione comune, viene denominato “economia finanziaria”, la quale, si badi, non è economia “irreale” o “immaginaria”, ma ha strette e concrete connessioni con l’economia industriale, con l’economia monetaria, con l’economia valutaria, con quella tributaria etc.. Un modo per individuare ab origine queste connessioni è quello di rivolgersi a dei parenti stretti degli economisti ovvero … i ragionieri. Quando un ragioniere fa il bilancio consuntivo di una impresa presenta due prospetti: il Conto Economico e lo Stato Patrimoniale; nel conto economico si riportano i ricavi della produzione, (esempio 10.000eu), si detraggono i costi, (ad esempio 8.000eu), e si ottiene il risultato della gestione, l’utile (nell’esempio 2.000eu). In questo conto economico (ovviamente semplificato per l’esempio) appare che l’azienda ha una buona capacità produttiva, tale da produrre un utile pari al 20% dei ricavi. Ma nell’altro prospetto il ragioniere dovrà riportare anche delle altre poste che indicheranno -tra le attività- i crediti dell’azienda verso i propri clienti (ad esempio 1.000eu), a fronte -tra le passività- dei debiti verso terzi, (esempio 6.000eu) e del capitale proprio, ovvero le quote sborsate dai padroni dell’impresa, (ad esempio 2.000eu). In questo esempio l’azienda ha, tra le passività, dei debiti verso terzi per 6.000eu, perché ha acquistato dei macchinari, richiedendo un finanziamento ad una banca. È questo il momento in cui l’economia “reale” incontra l’economia “finanziaria”. L’azienda avrebbe anche potuto portare i crediti (1.000eu) allo sconto presso un istituto finanziario per ottenere una liquidità immediata di 900eu; oppure avrebbe potuto quotarsi in borsa ed emettere nuove azioni da vendere a privati investitori, aumentando il capitale proprio. Anche in questi due casi l’azienda avrebbe fatto ricorso agli operatori dell’economia finanziaria, ovvero coloro che gestiscono una delle risorse indispensabili per l’economia “reale” ovvero il denaro. È evidente quindi la connessione tra economia “reale” e quella finanziaria, e si può intuire che una crisi dell’una si trasmette, come un contagio, all’altra. Le crisi dell’economia reale sono dovute a cause reali: siccità, cataclismi, gelate, epidemie, distruzioni, come anche innovazioni tecnologiche o chiusure di mercati possono provocare degli sconvolgimenti economici, fallimenti di imprese, disoccupazione, etc. In questi casi i prestiti non vengono restituiti alle banche, le azioni e le obbligazioni perdono valore, le cambiali diventano carta straccia etc. etc. e anche l’economia finanziaria entra in crisi subendo gli effetti negativi della crisi “reale”. Ma anche il processo inverso è possibile. Gli operatori finanziari -banche, assicurazioni, riassicurazioni, società finanziarie e mobiliari- partendo dai mutui, e dai prestiti alle imprese o dallo sconto effetti, hanno messo a punto degli strumenti finanziari, ovvero dei contratti, sempre più articolati e sofisticati, per gestire il denaro: titoli azionari, titoli obbligazionari, titoli statali, fondi bilanciati, fondi di copertura del rischio (hedge funds), fondi per imprese innovative ad alto rischio (venture capital) etc.,etc. ed hanno ampliato a dismisura la parte che gli strumenti finanziari avevano nel “concerto” dell’economia. La nota ripetuta in questa aria, la legatura di valore tra gli accordi “reali” dell’economia non è il denaro, o il tasso di interesse, ma è il rendimento (yield) dell’investimento finanziario, nelle sue varie forme di impiego. Tuttavia anche in questa nuova melodia possono intervenire delle battute d’arresto, la legatura di valore si interrompe e la musica diventa rumore, i vari accordi rimbombano ciascuno per suo conto, ed il mercato finanziario scopre di essere rimato senza …valori. John Smith non paga la rata del mutuo e perde la casa; il rendimento del Fondo Mutui Casa, in cui quel debito era contenuto, diminuisce ed il Fondo si deprezza sul mercato finanziario; il Fondo di copertura del rischio (hedge fund) per quel contratto, viene chiamato a coprire le perdite del Fondo Mutui Casa e quindi disinveste gli impieghi nel Fondo Venture Capital, che aveva a sua volta finanziato un’impresa innovativa di costruzioni in Germania; l’azienda tedesca deve ridurre i propri costi e Johann Schimdt perde il lavoro, e, per consolarsi decide di ascoltare l’Aria sulla 4.a Corda di J. S. Bach. Anche noi, in attesa degli altri effetti della crisi finanziaria mondiale, possiamo dedicarci, meno teutonicamente, a quel popolare stornello romanesco che canta dell’oste che “nel vino ci mette l’acqua”.
 

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