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04/01/2009
Economia internazionale, economia finanziaria, specchietti e perline di vetro.
Nel 1626 Pieter Minuit, delegato della società mercantile privata olandese “Dutch West India”, acquistò dai capi tribù degli indigeni Canarsee Delaware, l’isola di Manhattan, per il controvalore di 60 guilders (circa 25 dollari) in merci varie. Gli storici ancora discutono se tra le merci ci fossero o meno specchietti e perline di vetro, ma la sostanza è che quello “scambio internazionale” fu uno dei migliori mai fatti dagli olandesi che fondarono Nieuw Amsterdam, oggi nota come New York. Questo avvenimento, è stato riportato all’attenzione del nostro paziente lettore -in questo terzo articolo sulla crisi finanziaria- per tentare di chiarire i motivi per cui la crisi finanziaria si trasmette dalla casalinga Maria alla commessa Yvonne o dall’idraulico John al professor Hans o al taxista Abdul. Abbiamo infatti visto, nei due articoli precedenti, che in ciascun Paese l’economia “reale” è identificabile con l’economia della produzione di beni e servizi forniti da aziende e lavoratori; l’economia finanziaria è identificabile con attività di rischio, rappresentate dagli “strumenti finanziari” trattati dagli operatori di borsa; l’economia monetaria infine, riguarda la quantità ed il tasso di interesse della moneta presente in un sistema economico, stabiliti dalle autorità monetarie. Ma un’economia di mercato non può sussistere o progredire senza gli scambi con altri mercati, con altri sistemi produttivi o finanziari, e quindi, prima o dopo, ciascun mercato nazionale si trova a confrontarsi con altri sistemi economici; ciò significa sviluppo della produzione in cui il Paese ha un vantaggio o una migliore capacità, l’acquisizione di materie prime, il predominio su aree di mercato, l’imposizione di dazi doganali o di restrizioni alla circolazione di beni, persone e servizi, il controllo delle risorse valutarie, dei tassi di cambio etc. etc. Sono queste le aree sia di studio dell’economia internazionale e sia dei provvedimenti attuati dai vari Stati; esse devono essere considerate per avere una visione d’insieme della situazione, dato che si può senz’altro notare che queste tematiche sono pericolosamente contigue al concetto di conflitto bellico. La conquista di risorse territoriali, il mercantilismo, il colonialismo, l’egemonia economica su aree planetarie, hanno dato sufficienti esempi dell’uso dell’opzione bellica per “tutelare” gli interessi nazionali. L’internazionalizzazione della produzione, la multinazionalizzazione e la globalizzazione dei mercati riscontrano invece una situazione in cui l’evolversi dei sistemi economici, produttivi ed informativi, e l’interdipendenza degli stessi, non corrispondono più a interessi “nazionali” o a territori delimitati da frontiere fisiche e da bandiere. Ciò rende l’opzione bellica, la guerra, meno efficace rispetto ad altre forme di intervento, ma non elimina le conflittualità derivanti dal contrapporsi di interessi diversi. Esaminata nell’ottica degli economisti internazionali, questa “evoluzione” presenta vari spunti che si intersecano con l’economia reale, con quella monetaria e con quella finanziaria. Ai nostri giorni il mondo appare un po’ più piccolo e sicuramente meno romantico di quello dei tempi della Compagnia delle Indie, ma vedremo che alcune analogie sono ancora presenti. Gli Stati nazionali e le frontiere esistono ancora, e sicuramente le autorità di ciascun Paese hanno ancora forti strumenti di controllo ed intervento nell’economia “interna”. Ma il processo economico ha consentito la nascita e lo sviluppo di grandi entità private che hanno aggregato man mano aziende produttive e/o di servizi in diversi Paesi; esse sono interdipendenti, investono in ricerca e nuove tecnologie, hanno azionisti, manager e consigli di amministrazione internazionali, importano, producono ed esportano in diversi Paesi. Queste super-imprese non sono più collegate ad un Paese o al concetto di “interesse nazionale”, ma più semplicemente a quello di interesse aziendale, ed a volte al mero interesse dei gruppi di comando, palesi o occulti, dell’azienda stessa. A finanziare queste super-imprese sono spesso le super-banche, a cui affluiscono, da tutto il mondo, fondi e depositi di varia origine e provenienza: possono essere i Fondi Pensione di un Istituto di Previdenza giapponese, oppure i depositi di grandi signori del petrolio o del gas o dei diamanti, o ancora i proventi di lucrosi commerci illeciti delle varie mafie internazionali dato che “pecunia non olet”, e così via. Naturalmente le grandi super-banche, per poter attrarre questi fondi, devono garantire, ai loro depositanti, dei rendimenti elevati, oltre al proprio lucro; ciò significa che devono creare e vendere sul mercato internazionale prodotti finanziari complessi, ovvero i famosi “strumenti finanziari” ad alto rendimento ed ad alto rischio. Questi prodotti finanziari -come le perline di vetro di Manhattan- saranno quindi venduti e rivenduti tra banche ed a clienti singoli in modo da distribuire il rischio su un vasto numero di piccoli investitori, confidando nella …buona sorte. Tutte queste operazioni avvengono nelle borse valori dei vari Paesi e sono contrattazioni tra soggetti privati ma è opportuno ricordare che depositi, prestiti o strumenti finanziari complessi, hanno comunque una valorizzazione in una moneta; ed il mercato da maggior credito ad una cambiale denominata in dollari o in euro piuttosto che in una denominata in dinari. È questo il punto in cui la tematica finanziaria si interseca con quella monetaria, infatti, oltre ai soggetti privati non bisogna dimenticare che le autorità monetarie dei vari Paesi, per esempio la Banca Centrale Europea o la FED americana, hanno la pubblica funzione di controllare la quantità di moneta circolante nel sistema, il tasso di interesse ed i tassi di cambio tra le diverse valute. Infatti, controllare la quantità di dollari ed il tasso di cambio del dollaro contro le altre valute, significa avere una buona dose di potere nel determinare i prezzi di tutte le merci scambiate, inclusa la remunerazione dei rendimenti degli strumenti finanziari denominati in dollari… Se, ad esempio, un cittadino americano compra con cambiali denominate in dollari una casa da un cittadino francese al cambio di 1 dollaro per 2 euro, ed in seguito il dollaro si svaluta verso l’euro, tanto che il cambio risulta 1 dollaro per 1 euro, il debito del cittadino americano risulterà dimezzato! Parimenti può accadere per i titoli del debito pubblico americano: è possibile infatti che una profonda crisi finanziaria sia tra le cause anche di una svalutazione della moneta. Per questo motivo le varie Banche Centrali hanno interessi -non sempre convergenti- a intervenire opportunamente onde evitare di vedere diminuire la remunerazione degli investimenti in strumenti finanziari denominati in dollari, o il valore dei titoli del debito pubblico americano presenti nei loro portafogli. Risparmieremo al lettore le modalità di intervento delle Banche Centrali a difesa dei rispettivi patrimoni, sperando di non aver abusato della sua pazienza. Così in questo complesso e poco rassicurante scenario è accaduto che il famoso John Smith operaio in Florida, non sia riuscito a pagare una rata del mutuo che gli era stato concesso da una banca di manica larga, dando l’avvio ad una serie di avvenimenti concatenati cui è stata data la denominazione di “crisi finanziaria”, anche se in realtà si può pensare che si tratti di una crisi sistemica dell’economia di mercato che prelude ad una grande “ristrutturazione” del mercato stesso e ad una “redistribuzione di ruoli” tra i maggiori protagonisti dell’economia mondiale. Non sappiamo se il famoso John Smith sia un discendente degli indiani Delaware che ricevettero specchietti e perline di vetro per l’isola di Manhattan, né se la Dutch West India fu a sua volta travolta da un tracollo finanziario, ma sappiamo che venditori di specchietti non mancano mai.
 

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