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19/04/2009
Adamo, il benessere ed il P.I.L.
Adirato per la disubbidienza di Adamo nel giardino dell’Eden, il Signore decise di infliggergli il castigo: “In the sweat of thy face shalt thou eat bread, till thou return unto the ground” -Col sudor di tua fronte mangerai il pane, finché ritornerai alla terra- (Genesi 3,19). Qualche economista burlone afferma che è da quel momento che è nata l’economia, anche se Adamo, pur avendo mangiato il frutto dell’albero della conoscenza, non ne era consapevole, ma sperimentava, per la prima volta, l’insorgere di necessità, bisogni e desideri, per soddisfare i quali avrebbe dovuto lavorare per tutta la vita. Molti secoli dopo Adam Smith tentò di dare una visione più razionale delle problematiche derivanti dai bisogni degli uomini nel suo libro “La ricchezza delle Nazioni” (1776). In quell’opera, che è il fondamento di molta parte dell’economia politica, si evidenziano alcuni concetti di base del pensiero economico: la ricchezza di una nazione è data dalla capacità produttiva di quella nazione; l’incremento della capacità produttiva è dato dalla libertà dei commerci e dalla divisione del lavoro; maggiore è la divisione del lavoro maggiore è la partecipazione di diversi soggetti alla ricchezza prodotta e quindi all’incremento del loro reddito ed alla crescita del benessere dei cittadini. Adam Smith introdusse quindi il concetto di “reddito nazionale” connesso al “benessere dei cittadini” con l’ovvia deduzione che maggiore il primo, maggiore l’altro. Ed è certo che in quel periodo, ma anche per molto tempo a seguire, il benessere era un concetto concreto, essenzialmente legato al mangiare a sufficienza, dormire decentemente, vestirsi adeguatamente e magari avere delle cure in caso di malanni. Nei decenni seguenti tuttavia il pensiero economico andò sempre più impreziosendosi di nuove articolazioni, suddividendosi in varie scuole e dottrine: il reddito in sé è un flusso di valori, mentre la ricchezza attiene al patrimonio di una nazione, dicevano alcuni economisti; patrimonio e reddito derivano dalla quantità di moneta circolante che li valorizza, dicevano altri; la quantità di moneta circolante deriva dal numero di transazioni effettuate dagli operatori economici, dicevano altri ancora, e così via… Per non abusare della pazienza del lettore salteremo un paio di secoli di diatribe per venire ai nostri giorni. Gli economisti moderni hanno (quasi) concordemente adottato un parametro di riferimento per indicare la capacità produttiva di un Paese, definendolo Prodotto Interno Lordo -P.I.L.- (ma anche prodotto nazionale lordo o, per gli anglofoni, Gross Domestic Product G.D.P.). Seguendo la prevalente “inclinazione” del pensiero economico il P.I.L. è << una misura del flusso finale di beni e servizi economici registrati in un anno come produzione al lordo degli ammortamenti >> Le definizioni: 1. “misura del flusso finale” indica un processo di valorizzazione di beni e servizi che concorrono alla produzione del bene ultimo: per produrre un frigorifero occorrono varie materie prime e varie fasi della produzione, nel P.I.L. sarà computato il solo bene finale. 2. “beni e servizi” si possono convenzionalmente considerare ‘economici’ quando implicano l’uso di risorse scarse per l’ottenimento di beni atti a soddisfare bisogni illimitati: l’acqua marina non è un bene economico nelle città rivierasche, ma lo diventa se viene utilizzata nelle piscine degli alberghi di montagna. 3. “registrati come produzione, al lordo degli ammortamenti” indica che per essere computato nel P.I.L. quel bene deve essere ‘registrato’, ovvero deve risultare da libri contabili o rendiconti o bilanci ufficiali, al netto degli ammortamenti ovvero di quella quota del valore del bene che serve alla ricostituzione del bene stesso. Secondo tale criterio non vengono computate nel P.I.L. le attività illecite; quindi prostituzione, scommesse, contrabbando, commerci di organi, armi o droghe non vengono computate nel P.I.L., come pure le attività non fatturate, le tangenti, i ‘pizzi’, i canoni di locazione ed il lavoro in nero, quello clandestino, il lavoro volontario, quello domestico e le cure parentali o alla propria persona. Ad esempio: il lavoro domestico svolto dalla casalinga non rientra nel P.I.L. mentre l’identico lavoro svolto dalla “collaboratrice familiare” viene invece computato. Secondo i criteri di computo del P.I.L. se tutte le casalinghe decidessero di svolgere l’una il lavoro dell’altra e retribuirsi vicendevolmente, il P.I.L. avrebbe un incremento notevole; e se venissero invece computate nei P.I.L. tutte le attività economiche illecite o clandestine che si svolgono in un Paese, certamente la composizione dell’OCSE, dei G8 o del Consiglio del FMI andrebbe rivista! Naturalmente questa misurazione della capacità produttiva è utile, se non indispensabile, per avere almeno un punto di riferimento sulla capacità di un Paese di produrre beni e servizi e di garantire quindi la connessa valutazione della moneta di quel Paese. Ma altro discorso invece è quello del benessere. Ai tempi di Smith la “ricchezza” di una Nazione poteva essere collegata al benessere della popolazione di quel Paese, in quanto il concetto di benessere corrispondeva alle esigenze di sussistenza minime -cibo, vestiario, abitazione- di quelle popolazioni che appena entravano nell’economia industrializzata. Ma se arricchiamo il concetto di ‘benessere’ con gli altri bisogni umani -oggi considerati irrinunciabili- quali istruzione, salute, giustizia, tempo libero, relazioni, comunicazioni, rappresentatività e partecipazione sociale, conoscenza, tutela del territorio e dell’ambiente etc.etc., ci accorgiamo che il P.I.L. risulta uno strumento di misurazione inadeguato. Se, ad esempio, tutti i cittadini di un Paese lavorassero 20 ore al giorno per tutti i giorni dell’anno, in attività economiche registrabili, il P.I.L. di quel Paese si incrementerebbe sicuramente, ma nessun pensatore contemporaneo si sentirebbe di affermare che il ‘benessere’ di quella popolazione è aumentato. La distinzione tra benessere e misurazione della capacità produttiva non è banale come sembra, specie in un momento in cui la realtà mette in crisi i modelli economici ed i concetti ad essi soggiacenti: nell’Eden infatti il P.I.L. era… zero, ma, a quanto risulta dalle Scritture, il benessere di Adamo era incommensurabile.
 

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