salerno10  

Skip Navigation Links
HOME PAGE
ARTICOLI
Approfondimenti
Utilità
Testi
Storia di Salerno
Apogeo
CONTATTACI

Skip Navigation LinksHome Page - Articolo
 
01/09/2010
Costi standard, costi storici e il Principe di Salina.
Quando i guerrieri Franconi davano battaglia stabilivano, all’interno del loro schieramento, un posto fisso chiamato “standhard”, individuabile anche da lontano attraverso un vessillo, uno “stendardo”. Se cadeva lo “standhard” la battaglia era persa. Il termine ha ampliato i suoi significati e nell’accezione moderna viene usato per definire un esemplare: “modello standard”, un indicatore: “livello standard”, o “prestazioni standard” ed anche in economia la parola ha ampio utilizzo: contabili e computisti, armati di fogli quadrettati e appuntite matite, o di rutilanti fogli di calcolo elettronici, determinano di ora in ora “budget”, “break even”, “standard”, “benchmark”, e “yield”, danno le loro valutazioni sulla realtà presente e futura. Infatti uno dei compiti ai quali i contabili sono chiamati è quello di redigere i “budgets” ovvero dei bilanci di previsione per l’esercizio dell’anno a venire. Il budget è quindi uno strumento contabile per il controllo della gestione di aziende e organizzazioni produttive. Ogni azienda dovrebbe essere in grado di redigere il proprio budget, ma non sempre il compito è semplice. Anche in una piccola azienda che produce biscotti, il contabile deve districarsi tra molteplici variabili: il costo delle materie prime resterà uguale a quello dell’anno passato? I costi dell’energia, dei trasporti, del lavoro, delle manutenzioni si incrementeranno o resteranno stabili? Il tasso di interesse e gli oneri bancari diminuiranno? E le tasse, i macchinari, l’affitto etc. etc. etc.? Si pensi che ciascuna di queste e di molte altre variabili potrebbe influenzare il costo del prodotto o le quantità di venduto e quindi il destino dell’azienda (e del contabile che ha fatto il budget…) D’altro canto non è pensabile che sia possibile “azzeccare” l’andamento di tutte le variabili, specie in aziende che producono beni diversi o che hanno un processo di fabbricazione lungo e complesso. Ciascuna azienda dovrà strutturare una specifica analisi dei propri costi ed individuare ‘l’unità di computo” a cui rapportare i costi di produzione: ad esempio il costo di un kilo di biscotti, o di un litro di olio, o di un metro di seta, o ancora il costo per numero di pezzi finiti, o di servizi resi o di commesse evase. È chiaro che più complesso è il prodotto da realizzare più complessa è l’individuazione dell’unità di computo, tant’è che per le grandi commesse di durata pluriennale l’unità di computo, cui rapportare il costo del prodotto, è il costo medio dell’ora lavoro. Se il nostro lettore è sopravvissuto a questa prima ondata di concetti contabili lo avvisiamo che quelli riportati sono stati di molto semplificati -come ogni esperto computista sa bene- per evitare quell’appannamento delle facoltà intellettive che solitamente colpisce anche i più acuti filosofi, scienziati e politici, quando devono trattare materie ragionieristiche. Costoro sono come i nobili antenati del principe di Salina del Gattopardo, che “per secoli non avevano mai saputo fare neppure l’addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti … e rimanevano a contemplare la rovina del proprio patrimonio senza avere nessuna attività e ancora minor voglia di porvi riparo”. I nostri attivi e solerti contabili invece dopo aver individuato l’unità di computo più adeguata alla loro specifica azienda si affidano a metodologie già note e sperimentate da decenni per stilare un preventivo di costi attendibile: i metodi più diffusi sono quelli che si basano sui “costi storici” oppure sui “costi standard” o ancora in un mix dei due. Il metodo del costo storico (o effettivo) consiste nel considerare, come base di computo, il costo di produzione rilevato al momento in cui si è verificato: la sommatoria dei costi divisa per le quantità prodotte, darà, a consuntivo, il costo effettivo medio; questo a sua volta sarà il dato di partenza per una previsione (budget) nell’esercizio successivo -a parità di processi produttivi- a cui si aggiunge il prevedibile incremento percentuale medio, generalmente collegato all’andamento storico del processo inflativo. Il metodo del costo standard consiste nel valutare in anticipo tutti i costi della produzione, in funzione delle quantità di beni che si intende produrre, per individuare un costo medio per unità di prodotto (ovvero la somma di tutti i costi stimati diviso le unità di beni da fabbricare). Il risultato di questa operazione è il “costo standard” del bene da produrre o del servizio da rendere, ovvero un obiettivo contabile da raggiungere e/o mantenere. In apparenza il primo metodo (costo storico) è quello più veritiero, il secondo metodo (costo standard) è quello più analitico. I due metodi non sono in contrapposizione ed infatti i contabili non si dividono in tifoserie dei costi storici o dei costi standard, ma cercano di adeguare i metodi alle necessità dell’azienda in cui lavorano, esattamente come dei viaggiatori che scelgono di usare l’aereo o il treno in funzione delle necessità del viaggio e delle condizioni generali in cui si trovano. In molte aziende infatti i due metodi vengono usati in maniera complementare in correlazione a diverse fasi della produzione ed alle scelte di acquisto o produzione interna (“make or buy”) di alcuni componenti del prodotto finale. Queste scelte, come molte altre decisioni gestionali, influiscono in modo ben più importante sul costo di produzione di un bene o di un servizio, come anche il luogo in cui l’azienda è insediata: il costo di produzione di un kilo di pomodori di una azienda situata in un arido deserto sarà ben più alto di una azienda situata in una ubertosa campagna, indipendentemente dal metodo (storico o standard) usato per controllare il costo di produzione. Nella pratica le aziende utilizzano prevalentemente il metodo dei costi standard quando è necessario tenere costantemente sotto controllo i costi di produzione di una grande commessa pluriennale come la costruzione di grandi impianti (ponti, centrali nucleari, tunnels) o di beni complessi (navi, aerei, treni etc); è questo il caso in cui non si può arrivare a fine produzione per scoprire che il costo della produzione supera il ricavo contrattuale (prezzo di vendita). Nelle aziende che invece producono beni o servizi semplici viene prevalentemente utilizzato il metodo del costo storico; è questo il caso in cui un sistema di controllo sarebbe di per sé un insostenibile maggiorazione dei costi. Infine in grandi aziende che hanno impianti o sedi produttive su un territorio vasto e che producono in modo diversificato beni e/o servizi semplici e complessi (si pensi ad una grande catena alberghiera o alla produzione di piccoli elettroutensili -trapani, frullatori, lavatrici etc.-) il metodo da utilizzare -che è solo uno degli elementi che compongono un sistema di controllo dei costi delle organizzazioni produttive in un mondo di incertezze- viene individuato di caso in caso, ed è sicuramente meno rilevante di altre scelte gestionali del management aziendale. Nella realtà quindi ciascuna azienda provvede a sviluppare un proprio sistema di controllo dei costi utilizzando il metodo o i metodi più efficaci, e probabilmente se il principe di Salina avesse assunto dei manager più sagaci e meno servili, non avrebbe dissolto il proprio e l’altrui patrimonio, evitando di condannare le generazioni successive ad un miserevole accattonaggio. Fernando D’Antonio per salernoplus.it (-riproduzione riservata- …….segue)
 

©Copyright 2007 salernoplus
Privacy e norme di comportamento
Utenti online