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15/12/2010
La guerra della globalizzazione.

Con il permesso di blasonati economisti, e tenendo conto delle nostre finalità di semplice divulgazione, ci azzardiamo a definire, in termini stringati, la globalizzazione come un fenomeno complesso di carattere economico, sociale, tecnologico e culturale.

I principali aspetti della globalizzazione infatti possono essere ricapitolati in:

1. scambi economici di beni e servizi tra tutti i Paesi del mondo;

2. distribuzione e riallocazione delle opportunità produttive tra i diversi Paesi;

3. utilizzo di sofisticate tecnologie GPS per lo per la gestione informatica di dati e comunicazioni;

4. diffusione di modelli similari di produzione e consumo, di organizzazione politico-amministrativa, di norme di diritto commerciale e doganale e di gestione delle monete nazionali, cioè di “modelli culturali omogenei”.

Alcuni osservatori hanno cominciato a usare il termine “globalizzazione” attorno al 1980; ma il fenomeno attuale è solo un momento transitorio di un processo lunghissimo che si intreccia, nel bene e nel male, con la storia della nostra stessa civiltà. Tale processo è stato definito, nel corso dei secoli, con nomi diversi e inizia con la nascita delle prime città e dei primi codici di leggi per regolare i rapporti tra individui, con l’affermazione del concetto di Stato nazionale, e con le scoperte scientifiche e tecnologiche che hanno contribuito allo sviluppo economico, con l’introduzione di monete e banconote per consentire gli scambi di merci tra persone o tra Paesi diversi, e arriva fino ai nostri giorni.

Il percorso non è stato tuttavia idilliaco: basta aprire un qualsiasi libro di Storia per notare quanto esso sia disseminato di guerre, conflitti, rivoluzioni, genocidi, persecuzioni etc. etc.,  specie nel continente europeo, dove maggiormente si sono concentrati sia le capacità di innovazione e sviluppo economico e sociale, sia i motivi di conflitto tra i diversi Paesi.

Ai nostri occhi, dopo quasi 65 anni di ininterrotta “pace”, sembra inverosimile che i nostri nonni siano andati a farsi massacrare a colpi di zagaglia per conquistare un pezzo di savana somala, o che in quarantamila giovani siano morti sul Carso solo per liberare Gorizia. Ma andando indietro nel tempo ci si accorge che non c’è generazione che non abbia dovuto combattere una guerra mondiale o coloniale, di liberazione, di secessione o di riunificazione, di religione o di credo politico, di conquista o di resistenza, per un vessillo o per una casata, per l’imperatore Romano o per quello del Giappone e così via.

Sembra forse strano al lettore, che si parli di guerra in un articolo sulla globalizzazione, ma il nesso tra economia e guerra è molto stretto: dietro una guerra coloniale o dietro una guerra di liberazione nazionale si celano i forti interessi economici di gruppi ed elites che intendono sfruttare le risorse di questo o quel territorio; anche le guerre cosiddette di “religione” come le Crociate del medioevo, venivano poi finanziate dalle potenze commerciali dell’epoca che ambivano al controllo del trasporto via mare. Gli esempi non mancano, ed anche il lettore può immaginare dei raffronti con le guerre dei nostri giorni.

Oltre 70 milioni di persone rimasero vittime, civili e militari, dell’ultima guerra mondiale “calda”, che fu sospesa solo dall’impiego nel conflitto delle armi atomiche!

Fu in questo clima di sanguinoso sterminio che alcuni statisti, economisti e politici imbastirono le grandi linee di un sistema che potesse tentare -tentare- di ridurre la conflittualità tra i vari Paesi e disinnescare per lo meno le cause economiche di quei processi capaci di riportare il mondo ad una nuova carneficina bellica.

Questi statisti ritennero che per evitare le guerre derivanti da interessi confliggenti, le economie dei vari Paesi dovevano essere rese interdipendenti, interconnesse, intercomunicanti; gli scambi di merci e servizi dovevano essere agevolati e sostenuti; le monete dovevano essere rapportabili tra loro secondo un sistema di cambi negoziati, le condizioni di lavoro dovevano essere equiparate e parificate; le partecipazioni incrociate tra grandi banche e grandi imprese di Paesi diversi dovevano essere favorite, come pure i processi di internazionalizzazione della produzione. Un’organizzazione internazionale, l’ONU, fu istituita per rappresentare tutti i Paesi, e tre agenzie, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, ed Organizzazione per il Commercio Mondiale, furono incaricate di curare la parte economica e finanziaria del progetto.

Tutto ciò, ed altri dettagli, fu concordato, nel 1944, in una località del New Hampshire chiamata Bretton Woods; iniziò così quella fase del processo che oggi definiamo “globalizzazione”, e che ha consentito il più lungo periodo di pace, progresso scientifico e sociale, espansione economica e benessere diffuso come mai nella storia dell’umanità.

Tuttavia anche la globalizzazione è una forma edulcorata di guerra ed ha le sue vittime: le innovazioni tecnologiche e dei processi produttivi hanno fatto chiudere molte antiche fabbriche generando, negli ultimi anni, milioni di disoccupati in alcuni Paesi; il libero commercio internazionale introduce prodotti a basso costo da Paesi in via di sviluppo generando nuove crisi economiche e chiusura di aziende. In vari Paesi emergenti in cui esisteva ancora la schiavitù o la segregazione razziale o sessuale o il sistema delle caste chiuse, si ritrova ora il sistema dello sfruttamento dei minori in fabbrica, come accadeva nell’Europa del 1800; in altri Paesi bande di approfittatori instaurano regimi “democratici” a conduzione paramafiosa per sfruttare i loro stessi popoli; altri popoli sono rimasti nell’abisso delle carestie e delle epidemie ed infine non sono mancati tanti conflitti regionali: Corea, Viet-nam, Angola, Afganistan, Palestina etc., e anche crisi finanziarie in cui grandi affaristi hanno perso grandi capitali. Oltre a tutte queste vittime della globalizzazione bisogna considerare che l’espansione industriale degli ultimi 40 anni ha prodotto vari guasti all’ecosistema, e cambiamenti nel clima mondiale. Il sistema quindi non è perfetto: però ci siamo salvati dall’olocausto nucleare (…per il momento).

Fernando D’Antonio per salernoplus.it (-riproduzione riservata- …….segue)

 

 

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