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29/12/2010
La pace della globalizzazione .

In un precedente articolo intitolato “La guerra della globalizzazione” si è tentato di dare una definizione di globalizzazione, individuando anche un momento istituzionale a cui far risalire l’inizio del fenomeno ovvero gli Accordi di Bretton Woods nel 1944.

Anche se al nostro lettore questi temi possono apparire lontani (dov’è Bretton Woods?), essi sono in realtà direttamente connessi con il nostro tenore di vita, con i nostri consumi, con gli stipendi e le pensioni, con il lavoro presente e con il futuro dei nostri figli e vedremo come.

L’Italia fu ammessa a partecipare alle istituzioni derivanti dagli Accordi di Bretton Woods (FMI, Banca Mondiale e GATT -ora WTO-) nel 1947, e, come gli altri Paesi che aderirono al Fondo Monetario Internazionale, accettò molti nuovi ed impegnativi obblighi di carattere economico e finanziario, che misero “sotto monitorizzazione”, tra l’altro, l’emissione di titoli di Stato, la quantità di moneta circolante e il livello del debito pubblico, le tariffe doganali all’importazione ed esportazione, i rapporti di cambio tra la lira e le altre valute, le modalità di compilazione dei bilanci pubblici etc. etc.

Iniziò così per il nostro Paese la “pace della globalizzazione”: le merci potevano essere importate ed esportate da e verso tutto il mondo, la lira italiana poteva essere scambiata con le altre valute, le borse valori potevano trattare titoli esteri, le banche potevano aprire filiali in altre nazioni, le industrie acquisire e vendere brevetti internazionali, il Ministero del Tesoro poteva emettere e vendere titoli di Stato agli investitori esteri.

Dopo oltre un ventennio di sanzioni internazionali ed autarchia l’Italia adottò il liberismo come linea guida della propria economia e la cooperazione internazionale come modalità di approccio alla soluzione dei possibili conflitti di interessi.

L’adozione di politiche di deficit spending per finanziare la ripresa dell’economia interna, la partecipazione a organismi economici come la CECA (Comunità economica Carbone ed Acciaio), l’Euratom (comunità per l’energia atomica), e poi all’area di libero scambio di beni e servizi, CEE, contrassegnarono la reindustrializzazione ed il miracolo economico degli anni ’60.

Elettricità, acqua potabile, telefono in tutte le case! Frigoriferi, lavatrici, televisioni ed autovetture erano alla portata di tutti! Vaccinazioni gratuite, istruzione pubblica fino all’Università, previdenza sociale e pensionistica, mutui a tasso agevolato per acquistare la casa, ed espansione del credito al consumo, ampliarono il benessere diffuso a tutte le classi sociali, dando concretezza alle promesse del liberismo economico.

Ma mentre la pace della globalizzazione cominciava a rendere opulenti alcuni Paesi altri fenomeni si ingeneravano nell’economia mondiale.

·  I Paesi socialisti o con regimi autarchici, non avevano aderito agli accordi di Bretton Woods, non potevano importare o esportare liberamente i loro prodotti, le loro monete non venivano riconosciute al cambio internazionale, le loro economie privilegiavano gli investimenti in infrastrutture o armamenti, il sistema bancario e finanziario era antiquato o ininfluente, e restavano fuori dal rapido incrementarsi dei consumi di massa delle economie liberiste.

·  Le grandi imprese industriali, favorite dall’interdipendenza economica e dal libero commercio, incrementavano il processo di internazionalizzazione della produzione, si installavano in Paesi poveri o in via di sviluppo, adattando le economie di questi Paesi ai loro scopi privati. Le multinazionali della frutta o del petrolio o del trasporto, della pesca e della distribuzione, cominciarono ad avere molto più potere ed influenza dei Governi di molti Paesi. Il bilancio consolidato di una multinazionale delle bevande gassate poteva superare ampiamente quello di vari Stati messi assieme.

·  L’espansione dei commerci, degli investimenti e dei consumi di massa aveva reso insufficiente la massa di denaro liquido circolante nel mondo: le monete non potevano più essere riferite alle quantità di oro detenute dalle Banche Centrali; nel 1971, per ultimo, anche il dollaro fu dichiarato non più convertibile in oro. Le monete e gli altri titoli di credito sarebbero stati garantiti dai Bilanci dei singoli Stati e dalla fiducia reciproca degli Stati tra loro. Ciò diede inizio al processo di espansione del credito internazionale e degli “strumenti finanziari complessi” gestiti da cartelli bancari e assicurativi di respiro mondiale.

Questo periodo di pace della globalizzazione è stato definito come la “guerra fredda”, durante il quale battaglie economico-finanziarie si sono alternate a quelle politico-sociali, conflitti economici sono stati trasformati in rivolte generazionali o di genere, contese ideologiche tra modelli di governo sono state affrontate con gli strumenti del marketing e della pubblicità, fino a quando, il modello di società più adatto alla specie umana si è affermato -per nostra fortuna, senza un conflitto nucleare- con la caduta del muro di Berlino, il collasso dei sistemi ad economia socialista e la “svolta” ideologica del Partito Comunista Cinese.

Il modello vincente si afferma in tutto il pianeta, milioni e milioni di persone e nuovi mercati entrano nel gioco: gli ex Paesi socialisti, gli ex paesi in via di sviluppo (India, Indonesia e Cina, circa 3 miliardi di persone…) riguadagnano a grandi salti il tempo perso: è l’epoca della globalizzazione conclamata che ancora oggi viviamo.

Ma uno spettro si aggira per il pianeta ed ha le sembianze della progressiva concentrazione delle ricchezze in pochi Paesi e nelle mani di poche persone ultraricche. Dai dati ONU del 2004 si rileva che il 13% della popolazione dei Paesi ricchi riceve il 45% della ricchezza del pianeta. Ma ancora più impressionante è che l’1% delle persone possiede da solo il 40% dell’intera ricchezza del mondo.

Intanto banchieri, tycoon e megamanagers internazionali hanno ampiamente sostituito o rese obsolete, le classi politiche, ed hanno un illimitato potere sulle sorti del mondo e sul nostro personale destino. Gli statisti che fecero gli Accordi di Bretton Woods ritennero che il liberismo economico sarebbe stato sufficiente a garantire un’equa prosperità: oggi non verrebbero nemmeno consultati sull’argomento.

Fernando D’Antonio per salernoplus.it (-riproduzione riservata- …….segue)

 

 

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