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29/01/2011
La sfida della globalizzazione.
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Il lettore che si è attardato a leggere i due precedenti articoli intitolati ‘la guerra della globalizzazione’ e ‘la pace della globalizzazione’, ha maturato forse una preoccupazione sul futuro del nostro sistema e ha richiesto di conoscere il prosieguo della storia. Dato che l’incertezza domina il nostro presente risulterebbe quanto mai azzardato dare indicazioni sul futuro. Tuttavia, chiedendo venia a chi più sa, si può tentare di “fare il punto” -come dicono i naviganti- della situazione. Ricapitolando: la globalizzazione è un fenomeno complesso di carattere economico, politico, tecnologico e culturale che prende le prime mosse dagli Accordi di Bretton Woods del 1944, a loro volta messi in atto da alcuni statisti ed economisti nel tentativo (riuscito) di disinnescare le cause economiche dei conflitti mondiali che periodicamente scoppiavano tra le Nazioni; il metodo è stato quello di creare economie interdipendenti, intercomunicanti e basate su sistemi politici “omogenei”. L’idea fondante di quel progetto era basata sul liberismo economico mitigato da alcune regole per gli Stati, e monitorato da alcune Istituzioni Internazionali; esso si contrapponeva alle “economie a pianificazione centralizzata”, come venivano denominati gli Stati con modelli economici socialisti. L’assenza di conflitti nucleari mondiali, il progresso sociale e scientifico ed il benessere diffuso degli ultimi 60 anni sono la prova che quel progetto ha dato buoni risultati. Ma il trascorrere del tempo ed il susseguirsi di avvenimenti nella lunga prova di forza tra i due blocchi di sistemi economici, hanno man mano avvantaggiato l’aspetto liberista su quello regolatore impostato negli Accordi. Anzi la crescita del sistema privato, derivante proprio dai principii liberisti, aveva generato dei trusts industriali e delle holding finanziarie in grado di influenzare sia economicamente che politicamente i Governi nazionali. Infatti mentre gli Stati restavano soggetti a determinate regole economiche e valutarie, per i soggetti privati (grandi banche, grandi imprese) si varò la “deregulation”. La deregolazione della parte privata dei sistemi economici e finanziari dei Paesi avanzati determinò l’eliminazione di quei vincoli che delimitavano, per esempio, la partecipazione delle banche nel capitale sociale delle assicurazioni, e di queste nel capitale sociale degli Istituti previdenziali, e di questi nelle imprese di produzione e così via, generando conglomerati economici sempre più potenti ed autoreferenti. E così, mentre i Paesi a economia centralizzata languivano, si sfaldavano ed implodevano, nei Paesi liberisti la “deregulation” diede ulteriore slancio ad un mercato già in corsa: le industrie traslocavano in paesi a bassi costi e bassi controlli e le finanziarie si installavano nei paradisi fiscali; nelle Borse Valori si iniziarono quelle scommesse finanziarie di carattere speculativo che instillarono, nell’immaginario collettivo, la convinzione che si potesse far soldi con i soldi, in una sorta di lotteria in cui vincono tutti e sempre… Purtroppo un paio di anni fa la baldoria terminò bruscamente e, come nella favola di Pinocchio, a vincere furono solo il Gatto e la Volpe. La crisi finanziaria del 2008, ha bruscamente sgonfiato i portafogli delle banche private e di milioni di risparmiatori portando allo scoperto gli effetti truffaldini della deregolazione. I dati economici degli ultimi anni infatti mostrano da una parte la concentrazione della “ricchezza mondiale” nelle mani di una esigua percentuale di soggetti ultraricchi, dall’altra l’indebitamento degli Stati che stentano ad assolvere la loro funzione sociale, normativa e di indirizzo politico, e addirittura possono essere messi in crisi e fallire, come si è visto, sulla base di “pagelle” stilate da società private di analisti economici. Questa fase della globalizzazione, caratterizzata da un liberismo “deregolato” dei privati e, di contro, dal persistere della regolazione delle politiche economiche e valutarie degli Stati e delle Istituzioni Internazionali, non sta producendo buoni risultati, né nei Paesi già liberisti, né in quei Paesi ex socialisti, né infine in quei Paesi “perennemente” in via di sviluppo. In vari Paesi, incluso il nostro, si assiste sia ad una contrazione delle fasce mediane di reddito, e ad un aumento dei “redditi insufficienti” (ovvero degli occupati con stipendi così bassi da restare sotto la soglia di povertà), sia ad una riduzione di capacità produttiva e di innovazione tecnologica, e sia alla diminuzione della fiducia nel futuro e nel modello di società partecipativa. Nei Paesi di nuova industrializzazione le aspettative di un ampliamento del benessere diffuso sono state sostituite dalla realtà di critiche condizioni di lavoro e sviluppo. Nei Paesi poveri infine il malessere diffuso viene facilmente incanalato in rivolte di stampo religioso, foriere di fosche risoluzioni. La sfida della globalizzazione, nei positivi intendimenti iniziali, è quindi ancora aperta ed ancora una volta sarà compito, funzione e dovere degli Stati recuperare autonomia, credibilità ed autorevolezza, e attuare quell’impegno, preso nel lontano 1944, a stabilire le regole per “contribuire alla promozione e mantenimento di alti livelli di occupazione e di reddito reale ed allo sviluppo delle risorse produttive quale primario obiettivo di politica economica”. Il compito dei semplici cittadini invece è quello di individuare e scegliere -se possono- classi dirigenti adeguate.

 Fernando D’Antonio per salernoplus.it (-riproduzione riservata- …….segue)
 

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