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30/04/2012
Spending Review, Welfare State e il prezzo della democrazia
In un precedente articolo il nostro lettore fu invitato a diffidare dall’uso di espressioni in lingue estere che spesso assumono il ruolo del “latinorum” con il quale gli azzeccagarbugli manzoniani, tentavano di confondere i popolani Renzo e Lucia. Ultimamente oltre allo “spread” l’immaginario collettivo è turbato e confuso da una nuova locuzione estera: la “spending review”, attraverso la quale gli uomini che governano il Paese confidano di porre un freno e trovare una soluzione al persistente incremento del debito pubblico e del deficit. Sveliamo subito quindi cos’è la “spending review”: essa è letteralmente la “revisione della spesa”, e il concetto non è né difficile né diverso da quello che ciascun individuo, famiglia, o azienda mette in pratica quando si rende conto di spendere più di quanto possa permettersi. Restando nel classico esempio di una famiglia immaginiamo che un capofamiglia realizzi, un giorno, di non avere i soldi per pagare una bolletta; nel chiedersene il motivo passa in rassegna tutte le spese fatte in quel mese per individuare quelle eccessive, quelle inutili o quelle necessarie etc.: quel capofamiglia sta facendo la propria spending review, e può scoprire, con questo semplice metodo, di aver comprato troppo cibo, che poi è stato buttato perché scaduto, o di aver dato due volte la paghetta ai propri figli, o di aver comprato un’auto che consuma troppo carburante, o di aver dimenticato troppe volte le luci accese e così via; può anche semplicemente scoprire di aver oculatamente speso il proprio denaro ma che essendo aumentati tutti i prezzi dei soliti beni, non ha fondi sufficienti per pagare l’ultima bolletta. In ogni caso il capofamiglia è costretto a spuntare tutte le voci di spesa per capire quale eliminare e quale ridurre. È un impegno ingrato: sarà opportuno eliminare la vacanza sulla neve, o le cure estetiche della moglie, o la gita scolastica dei figli, o l’abbonamento alla Tv via satellite? Oppure deversi ridurre il cibo o la palestra, o l’uso dell’auto, o le cure mediche per la nonna? Dopo un rapido esame, egli decide di rinviare o ridurre la vacanza sulla neve e recupera fondi sufficienti per le altre spese più urgenti e insopprimibili. Ma in tempi di crisi o di stagflazione prolungate quel piccolo sacrificio non è più sufficiente, il mese successivo, per pareggiare i conti. Egli quindi comincia a rinviare i pagamenti, poi rateizza i versamenti degli acquisti, poi chiede in prestito qualche piccola somma e in breve si trova a dover pagare interessi di mora e interessi sui prestiti, che si aggiungono alle altre spese ordinarie. La situazione si è aggravata e il nostro buon “pater familiae” comprende che è arrivato il momento di rivedere non solo la lista delle spese, ma anche le motivazioni di ciascuna di esse: è il momento di una riunione familiare per l’esame e la revisione della spesa. Ebbene, durante la riunione, il nostro si rende conto che in realtà, la maggioranza delle spese sono state decise dai beneficiari delle stesse. La moglie ha deciso la spesa per le cure estetiche e non vuole rinunciarci; il figlio ha deciso l’acquisto della moto e non intende cedere, la figlia ha deciso la vacanza in Irlanda e non recede; infine la nonna, la cui pensione serve a pagare la donna di servizio, ha bisogno della fisioterapia. Un contabile direbbe che in quella famiglia ci sono due centri di ricavo, (stipendio del capofamiglia e pensione della nonna) e cinque centri di spesa (uno per ciascun componente). Pur avendo fatto la “spending rewiew”, il capofamiglia si rende conto che ciò non basta a garantire la stabilità della sua casa e che dovrà prendere delle decisioni impopolari… Da questo esempio di vita familiare il nostro lettore avrà certamente intuito che la “spending review” è il preludio, la premessa di altri provvedimenti che spesso risultano impopolari, e che coloro che governano i Paesi, in periodi di crisi, si trovano spesso ad adottare. La revisione della spesa a livello Paese infatti non è compito semplice per vari motivi: il modello di Stato del nostro Paese è infatti quello del “welfare State” ovvero, traducendo la seconda locuzione estera, dello “Stato del benessere” o più precisamente “basato sull’assistenza sociale”. Questo modello di Stato è adottato da quasi tutte le democrazie post belliche, e, chiedendo venia agli studiosi del settore per le inevitabili semplificazioni, riportiamo i suoi tratti essenzial:. nel welfare State il sistema dei tributi è basato sulla progressività del prelievo fiscale (a maggiori redditi si applicano maggiori imposte), e sulla redistribuzione indiretta dei maggiori prelievi attraverso una serie di prestazioni e servizi forniti dagli enti pubblici, alle classi meno abbienti. Le funzioni dello Stato quindi sono finanziate attraverso i tributi e destinati sia ai compiti minimi e istituzionali di qualsiasi Stato (Difesa, Ordine Pubblico, Giustizia, Affari Esteri), sia ai compiti che il welfare State si assume, quali Istruzione, Sanità, Protezione Civile e Previdenza sociale. Nel corso degli ultimi decenni il modello di Welfare State si è diffuso in moltissimi Paesi ed ha affiancato e/o preso il posto di quelle politiche economiche di indirizzo keynesiano che raccomandavano l’incremento della spesa pubblica per ottenere un certo grado di incremento di reddito complessivo, di redistribuzione della ricchezza e del benessere diffuso. Ciascun Paese ha arricchito e articolato il modello base di welfare sia secondo le peculiari tradizioni, culture e stili di vita di quel Paese, e sia in funzione dell’organizzazione territoriale dell’apparato pubblico. In alcuni Paesi, l’Istruzione o la Sanità Pubblica sono compiti dello Stato solo parzialmente mentre in altri il welfare State provvede a quasi tutti i bisogni dei cittadini “dalla culla alla tomba”. Nel nostro Paese lo Stato Sociale ha assunto, per motivi storico/culturali, caratteri tali da confondersi sia con la mera carità cristiana sia con la tutela corporativo/sindacale di categorie di cittadini. Questo mix ideologico/culturale ha prodotto situazioni paradossali come quelle di Enti pubblici assistenziali che assolvono la propria funzione già attraverso l’assunzione di personale inutile al quale corrisponde una sicura retribuzione di sussistenza. Molti Stati si sono così indebitati non per finanziare opere pubbliche utili e dal ritorno economico adeguato (politiche keynesiane), ma per elargire retribuzioni, trattamenti pensionistici, consumi correnti, contributi alle attività produttive e agevolazioni di vario genere. E’ come se il nostro capofamiglia contraesse un mutuo oneroso non per comprare la casa familiare ma per pagare corsi di equitazione alla figlia. Nel nostro Paese gli esempi di sperperi e sprechi di denaro pubblico non mancano, e a ciò si aggiunge una peculiare situazione legata all’organizzazione territoriale del nostro apparato. Al principale centro di spesa che è lo Stato, con i suoi Ministeri, Enti e Istituti, si affiancano, come centri di spesa, le 20 Regioni, le 110 circa Provincie e i circa 8.000 Comuni. Tutti questi centri di spesa decidono, con vari gradi di autonomia, come spendere i pubblici denari, secondo il metodo della democrazia rappresentativa. Tale metodo prevede, a sua volta, la conquista del consenso degli elettori attraverso… elargizioni di spesa pubblica corrente (assunzioni di personale, esenzioni da imposte, agevolazioni finanziarie, condoni fiscali, contributi a fondo perduto etc. etc.). Ciascun centro di spesa decide di impiegare le risorse disponibili autonomamente rispetto agli altri centri, in un intrico di norme statali, regionali, provinciali e comunali. Accade poi che, in occasione delle elezioni di organi rappresentativi, i vari competitori, si contendano il “consenso” degli elettori a suon di prebende: questo procedimento è indicato -con volo pindarico- come il “prezzo della democrazia”. Il lettore che ha resistito fin qui potrà certo immaginare l’arduo lavoro che attende chi dovrà, ob torto collo, effettuare una spending review e poi adottare i provvedimenti di riduzione, razionalizzazione, ottimizzazione e snellimento dei procedimenti di spesa pubblica. Alla spending review quindi sarà probabilmente necessario affiancare una “analisi di processo” per eliminare le ridondanze burocratiche ed amministrative dell’apparato, la ”ottimizzazione delle risorse” per evitare di tagliare costi che hanno un effettivo ritorno di efficienza, un “controllo di gestione”, per la verifica del merito e il monitoraggio dell’efficacia di ciascuna spesa, e l’individuazione di buone prassi e di “standard unitari di rendimento” delle risorse impiegate. Non vogliamo anticipare le locuzioni estere che saranno utilizzate per ciascuna fase di revisione della spesa pubblica, ma è facile immaginare che, in assenza di questo processo, la locuzione che ci aspetta è, in italiano, “bancarotta”. Fernando D’Antonio per salernoplus.it
 

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