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05/08/2012
Spending Review, analisi di processo e organizzazione dell’Ente Stato.

Nel precedente articolo sulla spending review si è cennato a questo strumento di revisione della spesa e di come esso vada a confliggere con il modello di Stato sociale, il Welfare State, che si è sviluppato, anche nel nostro Paese, dal secondo dopoguerra.

La finalità sociale dello Stato ha garantito a due o tre generazioni di concittadini la fruizione semigratuita di istruzione fino ai livelli universitari; un’assistenza sanitaria, inclusiva di farmaci, analisi e terapie, capillare; un sistema previdenziale che attribuisce un assegno di pensione a invalidi, inabili, e anziani e anche a chi ha versato tredici anni di contributi; trasporti pubblici a prezzi politici, case popolari a riscatto, mutui a tassi agevolati, tariffe amministrate e così via.

Ma il modello nostrano di Stato era già erede di un assetto semi-socialista di partecipazioni statali così ampio da includere il settore industriale, quello bancario-assicurativo, quello energetico ed estrattivo e quello dei servizi; a tale eredità si è aggiunta anche l’assegnazione di contributi pubblici alle imprese private, la defiscalizzazione di ampie fasce di redditi e patrimoni, la scarsa efficienza della riscossione dei tributi, il ricorso alla pratica dei condoni fiscali, un insufficiente governo dei flussi di capitali all’estero, un rilevante grado di creatività nella redazione dei bilanci pubblici, e, non ultimo, un imponente apparato burocratico-amministrativo per il funzionamento (o per il non-funzionamento) di tutta questa struttura.

Ma non è finita qui: negli anni ’70 -finalmente- furono istituite le 15 Regioni ordinarie le quali, dotate di ampi poteri legislativi e amministrativi, ed essendo autonomi centri di spesa, quasi al pari delle altre 5 Regioni a statuto speciale, hanno ricalcato e ampliato il modello di Stato centrale, sovrapponendo e intersecando le loro funzioni a quelle dello Stato, delle Provincie e dei Comuni. Tutto quanto sopra, per sommi capi descritto, ha generato un debito pubblico che, al maggio 2012, sfiora i duemila miliardi di euro, al netto degli interessi sul debito, i quali ultimi, per dare un ordine di grandezza si aggirano, sugli 80 miliardi di euro all’anno...

Per non atterrire il lettore, che magari ha come termine di confronto il proprio stipendio netto, si può ricordare che gli Stati, per favorire lo sviluppo della propria economia interna, sono soliti indebitarsi, in previsione dei ritorni fiscali derivanti dalle risorse economiche distribuite attraverso la spesa pubblica (politiche di deficit spending). Purtroppo però, in assenza di stringenti e ortodosse pratiche di governo e manutenzione dell’economia, e di classi dirigenti adeguate, la spesa pubblica può trasformarsi in spreco pubblico, e lo spreco non crea mai sviluppo o stabilità economica.

Da qui l’idea, in extremiis, di dare mandato a un governo “tecnico” per mettere un freno a uscite, spese e impegni, e avviarsi al risanamento del bilancio statale anche attraverso la “revisione della spesa pubblica”.

Ma resta evidente che la sola revisione della spesa non può essere sufficiente, in pochi mesi, a risolvere le problematiche stratificate e sedimentate in un territorio che, per molti versi, è ancora organizzato sul modello degli Stati pre-unitari se non delle signorie rinascimentali.

La spending review quindi non può essere che un passaggio introduttivo a uno strumento che gli aziendalisti e i tecnici dell’organizzazione definiscono “analisi di processo”, ovvero quella tecnica che richiede l’approfondita conoscenza dei processi di produzione (di beni o servizi), per poi identificarne la sequenza logica, analizzarne i passaggi in termini di efficacia ed efficienza, evidenziare le criticità del percorso, per determinare quali siano le fasi inutili, ridondanti o dannose e provvedere ad ottimizzarle, eliminarle, sostituirle o integrarle in un nuovo assetto.

L’analisi di processo, quindi è uno strumento di prevenzione delle inefficienze e sprechi che costituisce il concetto informatore dell’ottimizzazione della gestione, e, come la spending review , è un’attività sempre in corso, che richiede l’utilizzo di uno schema metodologico e la costruzione di un modello, per il riscontro del recupero di efficienza del processo oggetto di analisi.

Essa si deve sempre riprendere ogni volta che ci sono delle variazioni o innovazioni nel sistema complessivo, col fine di ottimizzare le risorse scarse: tempo e denaro.

Si immagini il lettore -che ha avuto la costanza di seguirci fin qui- cosa significherebbe applicare questa tecnica alle attuali procedure amministrative e burocratiche delle centinaia di enti dell’apparato pubblico che emanano norme, regolamenti, circolari, disposizioni, certificazioni, permessi, precetti, attestazioni, prescrizioni, autenticazioni, licenze, direttive, patenti, concessioni, autorizzazioni, ordinanze, pareri, consulti, consigli etc.etc

E si pensi a che impatto avrebbe un’analisi di processo applicata al solo ambito tributario e fiscale, o a quello della giustizia, o ancora a quello legiferativo.

Probabilmente si evidenzierebbe la necessità di una riorganizzazione ovvero di una ristrutturazione dell’Ente Stato, che non è una famiglia, o un consorzio, né un club ricreativo, e non è nemmeno un’azienda, anche se, come tutte queste umane associazioni, ha la necessità di organizzarsi in maniera efficiente e razionale per il raggiungimento dei propri fini, della coesione sociale o della perequazione delle opportunità di progresso tra i cittadini.

I Latini avevano personificato l’idea di Stato in una divinità, Quirino, il dio protettore dell’insieme dei cittadini, elevandogli un tempio su un colle di Roma, il Quirinale, tant’è che i senatori Romani si definivano Quirites: i sacerdoti del Dio-Stato; ma si sa, erano altri tempi…

Fernando D’Antonio per salernoplus.it

 

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