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13/10/2012
Spending Review, costi e ricavi dell’apparato pubblico.

Nei precedenti articoli si è tentato di illustrare -chiedendo venia ai cultori della materia per qualche esemplificazione- le tecniche di spending review e di analisi di processo come strumenti per la revisione e qualificazione dei costi per la produzione di beni e servizi applicabili anche alle organizzazioni produttive dell’apparato pubblico, ovvero a tutti quei comparti (Enti dello Stato, Agenzie, Authority, Camere, Regioni, Province, Comuni, Comunità Montane, Circoscrizioni, Istituti etc.) che, dopo la fase degli indirizzi e decisioni “politiche”, attua, produce e rende un bene o un servizio.

Nelle aziende produttive del settore privato queste due tecniche fanno parte di un sistema di monitoraggio di dati, il “controllo di gestione”, che si serve di un costante apporto dei dati che provengono dalla contabilità, dalla produzione, dal settore commerciale, finanziario o del personale. Tutti i dati raccolti servono, a loro volta, per individuare quanto effettivamente costa il bene o il servizio che si produce in termini di fabbricazione (energia e materiali), di personale, di produzione, di immagazzinamento, di oneri finanziari, etc. etc.

Così le aziende modernamente organizzate, possono conoscere il costo reale ed effettivo di ciò che producono (costo unitario), se questo è competitivo e se sarà venduto sul mercato; oppure scoprono che il costo del bene è eccessivo rispetto al prezzo che possono ricavarne sul mercato, e allora gli addetti del controllo di gestione dovranno individuare dov’è, nelle varie fasi del processo produttivo, che l’azienda non utilizza bene le proprie risorse ovvero spreca tempo, materiale, energia, personale etc. etc.

Inizia quindi l’analisi e la ricostruzione passo per passo del processo produttivo: si potrebbe scoprire che alcune lavorazioni richiedono tempi lunghi e quindi costi maggiori perché il personale non è addestrato all’uso di determinate apparecchiature o perché tali apparecchiature non sono utilizzate; si potrebbe scoprire che è invece eccessivo il tempo impiegato nella progettazione del prodotto o il costo del magazzinaggio delle materie prime; o ancora che il costo degli oneri bancari pagati per finanziare la produzione incide eccessivamente sul costo finale del bene e così via.

Nelle aziende piccole questa tecnica è di semplice applicazione. Man mano che l’azienda diventa più grande e articolata le problematiche si complicano e si interconnettono, rendendo più arduo il lavoro dei “controllers”, interi staff di specialisti con il compito di mettere in evidenza inefficienze o inefficacia di interi reparti o linee di produzione o stabilimenti che devono essere quindi abbandonate per poter salvare l’impresa.

 Nelle ristrutturazioni aziendali, che sono parte della normale vita di un’azienda, succede che interi reparti, uffici, comparti, settori, devono essere sciolti, chiusi ceduti o abbandonati perché non sono più congruenti con l’attualità del rapporto costi/ricavi.

Aziende che in tempi di vacche grasse avevano aperto filiali e stabilimenti in ogni provincia, si trovano a dover ridurre la produzione e a chiudere o cedere a terzi rami aziendali, fabbriche o uffici che non sono più redditizi o che addirittura producono perdite tali da far affondare l’intera società.

Eppure è attraverso questo processo che il sistema seleziona le imprese che producono meglio e sprecano meno, assicurando benessere diffuso e sviluppo.

Tuttavia, rischiando di abusare della pazienza del nostro lettore, è necessario tener presente che nel mondo del mercato globale le imprese -anche quelle grandi- non riescono più a sopravvivere e a produrre senza “fare sistema”, ovvero senza collegarsi, e a volte consociarsi, in comparti produttivi, concentrazioni di interessi e conformazioni omogenee, in quello che si chiama “Sistema Paese”.

Di questo Sistema fa parte, ahinoi!, anche quell’apparato pubblico sopra descritto, che dovrebbe produrre, in maniera omogenea al resto del Sistema Paese, servizi come sicurezza, sanità, istruzione, giustizia, ricerca, prelievo fiscale, coordinamento normativo e rappresentatività internazionale, e beni, ovvero infrastrutture e grandi opere.

Purtroppo però l’enorme apparato pubblico -socio occulto di qualsiasi attività imprenditoriale- non segue le stesse regole e prassi del resto del sistema produttivo, e disconosce, di massima, l’applicazione del criterio costi/ricavi, a favore di un più nebuloso obiettivo legato ai benefici derivanti da una spesa pubblica.

Per decenni la disapplicazione del criterio costi/ricavi, ha portato a un’esplosione della spesa pubblica di cui qualcuno ha sicuramente beneficiato, ma che non ha incrementato la capacità produttiva né lo sviluppo infrastrutturale, né l’attitudine alla creazione di valore, né l’individuazione del ruolo del sistema Paese nell’ambito internazionale.

Una spesa pubblica inefficace e improduttiva, effettuata da un apparato pubblico inefficiente, male organizzato e deresponsabilizzato, facilmente conduce a un pubblico indebitamento irredimibile. Se a tutto ciò si aggiungono i fantasmagorici “costi della politica”, la massiva evasione tributaria difensiva e la presenza di pervasive e multiformi organizzazioni criminali, si può intendere il motivo per cui il Sistema Paese, nel permanente conflitto concorrenziale del mercato globale, perda colpi, vada in recessione e poi declini, cedendo a terzi non solo sovranità formale e beni demaniali ma capacità decisionali sostanziali.

Sarebbe opportuno quindi che alla revisione della spesa (pubblica) faccia seguito una vera ristrutturazione dell’apparato (pubblico) in termini territoriali, funzionali, istituzionali e rappresentativi che risponda alle esigenze del presente e, possibilmente, del futuro prevedibile.

Al pari dei controllers di una multinazionale i nostri “ristrutturatori”, in un Paese di 60 milioni di abitanti e un territorio di 300.000 Kmq circa, dovrebbero porsi domande come -a titolo di esempio-: è opportuno sostenere i costi di sei corpi di polizia oltre alle decine di Polizie locali?

 Sono opportuni e sostenibili i costi di 21 Consigli Regionali, 110 Consigli Provinciali, 8.000 Consigli Comunali, oltre ad una miriade di ASL?

È opportuno rendere omogeneo il trattamento tra dipendenti privati e pubblici in termini di produttività, previdenza, retribuzioni, licenziamenti, orari di lavoro etc.?

È indispensabile procedere alla demedievalizzazione della Pubblica Amministrazione in termini di informatizzazione, abolizione di procedure e di enti ridondanti, individuando chi fa cosa, come, quando e chi ne è certamente responsabile? … e così via.

Ma questo approccio “aziendalistico” -anche se di applicazione limitata alla mera risoluzione di problemi organizzativi- non ha finora trovato molto seguito nelle classi politiche, che mirando al bene comune, hanno tradizionalmente altro a cui dedicarsi. Si ritrova infatti già nel diario di un viaggiatore austriaco del ‘700, un commento relativo al nostro Paese: “in Italia il superfluo abbonda, il necessario scarseggia e dell’indispensabile …non v’è traccia”.

Fernando D’Antonio per salernoplus.it

 

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