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23/12/2012
Spread, Mobbing finanziario e Fiscal Compact.
Nel precedente articolo si è accennato a natura e funzioni della Banca Centrale Europea, la BCE, la quale, nell’ambito del Sistema Europeo di Banche Centrali, come organo indipendente dai Governi e dalle Banche Centrali dei Paesi aderenti al Trattato U.E., ha i compiti precipui di emettere la moneta comune e mantenere la stabilità dei prezzi all’interno della Comunità Europea. Ciò significa che la BCE determina la politica monetaria dei Paesi aderenti, in quanto controlla la quantità di moneta legale circolante nel sistema e stabilisce il tasso di riferimento, ovvero il tasso di interesse al quale concede in prestito moneta alle Banche Nazionali, che sono le principali leve di politica monetaria. Bisogna a questo punto ricordare che le monete di tutti i Paesi del mondo non sono più convertibili in oro; l’ultima moneta che era virtualmente convertibile in una determinata quantità di metallo aureo era, fino al 1971, il Dollaro americano; ma da quella data le valute mondiali sono legalmente riconosciute come mezzi di pagamento solo se rientrano nei parametri e negli Accordi del Fondo Monetario Internazionale. La moneta circolante in un Paese quindi non è sostenuta da una quantità di metallo prezioso detenuta in qualche caveau segreto, ma è la rappresentazione cartacea di quanto una collettività produce in beni e servizi in un dato periodo. Se un Paese produce e vende poco sarà povero, indipendentemente dal nome della moneta che usa. Se poi quel Paese produce poco e consuma di più di quel che produce, esso sarà povero e indebitato, indipendentemente dal fatto che la moneta si chiami euro o tallero o doblone. La garanzia che una moneta sia effettivamente un mezzo di pagamento accettato negli scambi (nazionali e internazionali) è data dal fatto che chi accetta quella moneta ha fiducia (fa affidamento) nella tenuta del Sistema-Paese che adotta la moneta stessa. Se viene meno tale fiducia la moneta utilizzata si trasforma immantinente in un semplice pezzo di carta. Per quanto attiene l’euro, esso è la moneta comune di un’area di libero scambio in cui merci, capitali e persone possono liberamente circolare in forza di accordi e trattati intergovernativi. I Paesi che fanno parte di questa area di libero scambio commerciale non hanno però comuni capacità produttive, o comuni sistemi tributari o comuni sistemi di contabilità nazionale o di welfare etc. etc. Ciò comporta che ciascun Paese euro concorre a garantire e rendere affidabile la moneta euro circolante nel proprio territorio con le proprie capacità, ovvero con quanto produce e quanto consuma in beni e servizi, in un dato periodo. Queste informazioni sono contenute nella contabilità nazionale e servono a individuare il P.I.L. (prodotto interno lordo) di un Paese, ma anche la bilancia dei Pagamenti internazionali, ovvero quanto importa e quanto esporta quel Paese, e ancora, l’ammontare del debito pubblico (debito sovrano) di quel Paese e l’ammontare degli interessi che quel Paese deve pagare per ottenere prestiti da altri Paesi o dal mercato privato dei capitali. Molti Stati infatti, per far fronte alle loro necessità, ricorrono al mercato dei capitali per ottenere dei prestiti in cambio di titoli di debito. Per un privato cittadino questi titoli prendono il nome di cambiali, mentre i titoli degli Stati sovrani si chiamano Buoni Poliennali, Certificati di Credito, oppure Bund, Bond o Bonos se sono tedeschi o americani o spagnoli. Quando uno Stato ha bisogno di capitali quindi emette Buoni, Bund o Bonos e tenta di venderli a entità private che vengono definite Investitori Istituzionali. Come farebbe ciascuno di noi nel prestare soldi a un conoscente, le domande che l’investitore si fa, quando compra i titoli di Stato di un Paese sono: questo Stato sarà in grado di restituire il mio capitale più gli interessi allo scadere di questo titolo? Gli interessi promessi sono sufficienti a remunerare il rischio di mancato pagamento? Mi conviene comprare titoli di uno Stato più solido ma con minore rendimento oppure comprare i titoli di uno Stato traballante ma con un rendimento maggiore? Ciascun Investitore si pone queste domande e si dispone diversamente verso l’acquisto di Titoli di Stato del Paese X o del Paese Y. Alla fine delle contrattazioni si evidenzia che i titoli di Stato emessi per esempio dall’Olanda, frutteranno un tasso del 1,5% mentre, sempre per esempio, i titoli dello Stato Portoghese dovranno rendere un interesse del 4,5%. Il differenziale di rendimento tra questi due titoli risulterà pari a 4,5% - 1,5% = 3,00% , oppure “trecento punti base”, Questa differenza di rendimento tra i due titoli si chiama, in gergo tecnico, “spread”. Lo spread non è quindi un gioco o un’invenzione di fantasia ma è quanto l’Italia, per esempio, deve oggi pagare in più, come interessi sui propri Buoni, rispetto alla Germania o all’Olanda. Appare ora forse più evidente il meccanismo per cui, indipendentemente dal nome della moneta circolante, il Paese che produce di meno, che offre meno garanzie, che ha un’economia fragile, o che è già ampiamente indebitato dovrà pagare -come succede ad un qualsiasi cittadino- un tasso di interesse maggiore a chi gli impresta i denari, avviluppandosi vieppiù nella spirale negativa dell’incremento del proprio debito (pubblico o privato che sia). Ad aggravare queste situazioni intervengono sempre più spesso delle altre entità meno istituzionali, che affiancano in via sussidiaria gli Investitori Istituzionali e creano le condizioni per trarre il maggior profitto possibile da una crisi o da una difficoltà, anche temporanea, di un Paese: si tratta della “speculazione finanziaria”. Gran parte degli economisti considera la speculazione come un tratto insito dei sistemi economici liberisti. Speculare sui cambi, sui tassi di interesse, sugli stock di merci etc. sarebbe quindi accettabile come si accetta che in una giornata di caldo il venditore di bibite fresche aumenti il prezzo delle proprie bottigliette. Ma la speculazione finanziaria assume, in certi casi, una rilevanza diversa. Senza voler demonizzare o dare giudizi etici sulle indispensabili attività finanziarie, è necessario tener presente che sul mercato finanziario circolano ingenti capitali che derivano da lucrose attività illecite (evasione fiscale, proventi di traffici di droga, armi e attività criminali, fondi dei servizi segreti, capitali esportati illegalmente etc.). A questi capitali si affiancano altri ingenti importi di titoli spazzatura (Junk bonds) che sono ancora detenuti nelle contabilità patrimoniali di istituti bancari e finanziari. La stima di 80 miliardi di euro di sola evasione fiscale italiana può dare l’idea di quale massa di denaro, sotto varie espressioni cartacee, graviti nei conti correnti delle Istituzioni finanziarie private. Le istituzioni finanziarie private, a loro volta -e dato che “pecunia non olet”- hanno lo scopo di realizzare il massimo guadagno dai capitali che devono gestire; e così stuoli di valenti consulenti finanziari nella quotidiana, accesa battaglia per il profitto, non escludono alcun tipo di strumento, azione o sotterfugio pur di torchiare il debito pubblico di un Paese. Senza entrare nei tecnicismi dell’azione essa può essere ricondotta a poche semplici regole: il Paese debitore più debole o in difficoltà viene di volta in volta individuato, classificato, riclassificato e isolato dagli altri. Poi scattano le azioni di assalto che servono a stressare quel Paese e ad allontanare gli altri partner, infine il Paese si trova costretto a sottoscrivere impegni vessatori o a cedere quote di patrimonio pubblico o simili in cambio dei fondi di cui aveva bisogno: questo è il “mobbing finanziario” ovvero l’assalto coordinato di predatori (mobbers) al membro più debole o esposto di un gruppo di prede. Questo lato oscuro della finanza internazionale, sussidiario e complementare a quella “istituzionale”, utilizza le stesse crude tecniche della Borsa Titoli, determinando però la crisi non di una società commerciale ma, come nel caso della Grecia, del Portogallo o dell’Irlanda, di intere Nazioni. Crisi prolungate e acutizzate dal mobbing finanziario oltre a mettere in difficoltà il singolo Paese possono far traslare la sfiducia dei mercati dal debito di quel Paese, alla moneta in cui quel debito si esprime. Accade così che nelle menti che disconoscono le sottigliezze sopra argomentate la crisi che viviamo sia “colpa” dell’euro, mentre invece una consistente parte degli spreads tra i titoli dei vari Paesi (con le conseguenti ricadute negative) sia addebitabile agli effetti del mobbing finanziario. Anche il nostro affezionato lettore però sa che le economie e le finanze dei Paesi sono ormai, per effetto della globalizzazione, interdipendenti e interconnesse. Se un Paese cade in rovina anche i suoi partner economici ne subiscono il contraccolpo, e se questo Paese ha adottato una moneta comune a più Paesi, l’intero sistema economico-finanziario internazionale può rimanerne negativamente coinvolto. Per far fronte a tale scoraggiante quadro i Governi euro, come le gazzelle attaccate dalle iene, hanno individuato una forma di autodifesa che consiste, ancora una volta -nel faticoso percorso di integrazione europeo- in un accordo. Il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione Europea e monetaria, firmato da 25 Stati U.E. nel marzo 2012, entrerà in vigore tra qualche giorno, ovvero il 1° gennaio 2013. Esso è più noto come Fiscal Compact: Patto di Bilancio Europeo. In cosa consiste il Fiscal Compact? In una serie di regole vincolanti per i Paesi aderenti tra cu riportiamo le principali: • il deficit pubblico strutturale non deve essere superiore allo 0,5% del Prodotto Interno Lordo; • l’obbligo per ciascuno Stato di avere, entro i prossimi 20 anni, un debito pubblico non superiore al 60% del Prodotto Interno Lordo ; • l’obbligo per ciascuno Stato di garantire correzioni automatiche quando si avvedesse di non essere in grado di raggiungere gli obiettivi di bilancio sopra esposti; • l’impegno a rendere queste norme di rango Costituzionale in ogni Paese; • l’obbligo a rendere permanente il livello del deficit generale al di sotto del 3% del Prodotto Interno Lordo, accettando sanzioni semiautomatiche in caso di inottemperanza; • l’impegno a tenere almeno due vertici annuali con gli altri 17 Paesi euro. Tant’è: e, come si può notare, il denominatore comune a tutte le misure, è il P.I.L., cioè la capacità complessiva di un Paese di produrre e creare reddito, che per l’Italia è stata pari, secondo dati del FMI, nel 2010, a 2.055.114 milioni di dollari USA. L’Italia ha sottoscritto il Fiscal Compact e poi, nel luglio ’12, il Trattato M.E.S. (Meccanismo Europeo di Stabilità) di cui, per non approfittare della pazienza di chi legge, ci occuperemo in un prossimo articolo. Molti storici fanno risalire la nascita dell’Europa, come entità politico-culturale separata dall’Asia, al 480 a. C. quando trecento spartani, capeggiati dal re Leonida, trattennero, alle Termopili, lo straripante esercito di Serse, quel tanto da consentire al resto delle città-stato della Grecia di unirsi per resistere all’invasore persiano. Il satrapo asiatico e la cultura del re-dio alla fine furono ricacciati nei loro territori, ma Leonida e i suoi spartani ne pagarono per primi il prezzo. Fernando D’Antonio per salernoplus.it
 

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