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28/07/2007
Privatizzazioni, golden share, e portamonete.
Se dopo monopolio, trust e holding siete pronti ad affrontare un secondo “discorso sui massimi sistemi” eccovi accontentati con altri “paroloni”, che appaiono come cose lontane ma che spesso nascondono fatti che hanno immediata (e dolorosa) corrispondenza con il vostro portamonete. Come si è già descritto in un precedente articolo -sempre per i non addetti ai lavori- i nostri governanti, per porre rimedio alla crisi del sistema economico italiano, stanno tentando, dal 1992, la titanica impresa di traghettare l’Italia verso un sistema più simile a quello del libero mercato, che gli economisti chiamano “liberista”. La gran parte della nostra economia infatti era direttamente o indirettamente di proprietà pubblica. Oltre ai servizi che tradizionalmente sono di competenza pubblica (istruzione, sanità, polizia, giustizia, difesa etc.), lo Stato gestiva, attraverso Istituti o Enti pubblici, quasi tutto il sistema industriale e quello bancario/assicurativo, (IRI, IMI, INA, EFIM), l’energia (ENI, ENEL), i trasporti (FF.S.), le Poste e telecomunicazioni. Esistevano poi i monopoli di Stato (MS) ed altri Enti ed Istituti meno noti. Proprietario o azionista principale di quasi tutta l’economia era quindi lo Stato, e poteva succedere che due imprese con lo stesso padrone (lo Stato) si facessero concorrenza tra loro (o si dividessero la “torta”) per forniture o appalti destinati ad un ente pubblico, ovvero sempre allo Stato! Ognuno, senza essere economista, può immaginare le conseguenze di tutto ciò. Al crollo di questo tipo di economia a “partecipazione statale”, varie misure sono state prese, specie dai governi tecnici, per consentire all’Italia di restare nel novero dei Paesi sviluppati ed ad economia liberista. Tra queste misure è facile confondere il processo di privatizzazione con quello delle liberalizzazioni. Il primo passetto è stato quello di modificare lo status giuridico degli Enti ed Istituti proprietari o detentori dei pacchetti azionari, per conto dello Stato, di decine di gruppi industriali e finanziari. Così l’Istituto per la Ricostruzione Industriale è diventato IRI SpA, le FF.S sono ora una Società per Azioni, e così via. Questo passo non realizza la privatizzazione dell’Ente dato che l’azionista rimane sempre pubblico, ma trasforma un Ente di diritto pubblico in un soggetto di diritto privato, regolato cioè dalle norme del diritto commerciale. Poi si è dato inizio al processo di privatizzazione. Privatizzare una attività economica significa vendere quella attività di proprietà pubblica ad un imprenditore o soggetto privato. Esempio molto semplice: la Telecom Italia S.p.A., una delle società dell’IRI, il cui azionista è lo Stato, attraverso il Ministero del Tesoro, viene venduta ad un imprenditore (o ad un gruppo di imprenditori) privati, viene quindi privatizzata. Da quel momento la Società appartiene all’operatore privato che ha investito i propri soldi e risorse per acquistarla. Che cosa è cambiato? Apparentemente niente, i telefoni infatti continuano a funzionare allo stesso modo. Quello che è cambiato è la finalità dell’attività: quando era di proprietà pubblica, in quanto bene della cittadinanza, L’impresa perseguiva l’interesse collettivo, in senso lato, alla comunicazione e quindi aveva uno scopo ‘sociale’. Il privato che acquista una società pubblica invece, ha il principale e legittimo scopo di trarre un profitto dal suo investimento, e quindi porrà in essere una gestione adeguata a questo fine. Il processo di privatizzazione in Italia ha avuto diversi andamenti secondo il settore economico o secondo le società da vendere. Alcune società particolarmente redditizie sono state acquistate velocemente dagli investitori privati, altre hanno dovuto essere prima divise in diversi “rami d’azienda”; molte società privatizzate hanno cambiato denominazione, sono state smembrate, divise, ricomposte, vendute e riacquistate da gruppi diversi di imprenditori privati, o anche da investitori stranieri, i quali possono avere interessi e fini non sempre convergenti con quelli del Paese. In alcuni casi infatti il processo è ancora in corso oppure è stato più complesso, in quanto lo Stato ha deciso di conservare una quota di partecipazione nella società in vendita. Spesso questo accade quando la società si occupa di produzioni “strategiche” particolari sulle quali lo Stato non vuole perdere il controllo. Questa quota di partecipazione che consente allo Stato o all’Ente pubblico di avere l’ultima parola in caso di decisioni particolarmente gravi, viene chiamata “quota dorata” ovvero in inglese golden share. Vi sono poi altri aspetti del processo di privatizzazione che si intrecciano anche con le nuove competenze attribuite agli Enti locali. Paradossalmente mentre lo Stato attua la privatizzazione delle proprie società, gli altri Enti pubblici locali stanno creando o acquisendo quote di attività economiche attraverso le “società miste” tra imprenditori privati e enti pubblici, che difficilmente hanno tra loro delle finalità compatibili. Infine in questo grande processo di privatizzazione del sistema economico sono da annoverare anche le cessioni del patrimonio immobiliare degli Enti pubblici che ha visto tanti piccoli privati acquistare la casa che prima abitavano come inquilini, oppure ha visto dei grandi investitori privati acquistare interi complessi immobiliari o fondiari per poi gestirli secondo le loro finalità. Il processo di privatizzazione non è ancora terminato ma nel contempo un secondo grande processo ha avuto inizio ovvero quello delle liberalizzazioni, che, come si intuisce, sono cosa diversa dalle privatizzazioni, pur facendo parte del percorso di modernizzazione dell’economia italiana. Ma se il lettore ne vuole conoscere gli aspetti dovrà armarsi ancora una volta di buona volontà. A proposito: in che modo le privatizzazioni hanno influito sul vostro portamonete?
 

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