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29/08/2007
L’oro, la carta ed il Capitano Nemo
In un film degli anni ’70, basato sul personaggio di “Ventimila leghe sotto i mari”, il Capitano Nemo, si mostra la fantastica città sottomarina costruita dal capitano e scienziato. Nemo estraeva in gran quantità l’oro dai sedimenti marini, e, non trovando migliore utilizzazione, lo usava per farne pentole e rubinetti, e quindi usava l’oro per quello che è: un metallo. Non esiste infatti una specifica caratteristica dell’oro che lo renda superiore ad altri metalli: esso è certamente raro, non si ossida, ed è molto duttile, ma vi sono molti altri elementi che hanno le stesse o maggiori proprietà, che sono di gran lunga più rari, ma che non sono considerati però rappresentativi di un valore. Il motivo di questa funzione dell’oro va ricercato senz’altro nel fatto che, con le limitate conoscenze di metallurgia dei popoli antichi, l’oro era il metallo che non subiva il processo di ossidazione comune agli altri metalli, restava di un giallo splendente, ed essendo anche facilmente lavorabile, consentiva la realizzazione di manufatti ornamentali di lunga durata, atti a evidenziare la devozione (agli dei, al faraone), o la potenza o la posizione elevata di chi li riceveva o possedeva: oggi si direbbe che era uno “status symbol”. Dalla funzione di status symbol alla funzione di bene di riferimento per il commercio il passo ci sembra concettualmente breve, ma in realtà, dalla fabbricazione dei primi lingottini d’oro -con il nome dei faraoni egiziani- alla prima moneta d’oro, l’aureus romano, sono trascorsi circa 4.000 anni, e solo nel 1.254 dopo Cristo, fu coniata a Firenze la prima moneta aurea avente esclusiva funzione di “denaro” per gli scambi di merce: il fiorino. Nonostante ciò il metallo giallo ha circolato per breve tempo come denaro. Mentre per le normali transazioni quotidiane si utilizzavano monete di rame o d’argento, per gli affari dei grandi commercianti, si accettavano degli “impegni scritti” a consegnare una certa quantità d’oro contro presentazione del documento stesso. Questi impegni scritti, titoli di credito cambiario, sono gli antenati della nostra carta moneta ossia delle banconote. A garanzia della affidabilità della banconota la banca emittente doveva possedere una riserva di oro; maggiore la quantità di oro posseduto maggiore la quantità di banconote che si potevano emettere, e forse si ricorderà che sulle banconote della Banca d’Italia, fino al 2001 era riportata, sotto la cifra in lire, la dizione “pagabili a vista al portatore”. Letteralmente la banca d’Italia si impegnava a riconoscere un certo quantitativo d’oro (lira deriva da libbra) al portatore della banconota. Questo impegno, comune a tutte le banconote internazionali, è divenuto sempre meno attuabile, e non per l’inaffidabilità dei sistemi bancari, ma perché l’espansione dei commerci e delle transazioni ha richiesto e richiede quantitativi sempre maggiori di carta-moneta. Se la quantità di banconote in circolazione dovesse essere garantita dalla quantità d’oro detenuta dalle Banche Centrali, essa non sarebbe sufficiente a consentire gli odierni scambi commerciali, che, solo sulla borsa americana raggiungono la cifra di tre trilioni di dollari al giorno (!). In altri termini: tutto l’oro del mondo non sarebbe sufficiente a garantire tutte la carta moneta del mondo e, senza una quantità sufficiente di banconote in circolazione, l’economia mondiale si fermerebbe in breve tempo. Per superare questa difficoltà le autorità monetarie nazionali ed internazionali hanno da tempo cancellato la convertibilità in oro delle proprie carta-monete, gli ultimi a farlo sono stati gli USA nel 1971, mentre già dal 1968 a Londra è stato aperto il mercato dell’oro, che quotidianamente ne fissa il prezzo di vendita, analogamente al prezzo del piombo o dello zinco e degli altri metalli. Le riserve auree dei vari Paesi quindi hanno perso la funzione di “garanzia della banconota” per assumere quella di bene economico, al pari delle riserve di petrolio, di rame, o di altri beni pregiati. La solvibilità degli Stati, cioè la capacità di pagare i propri debiti, deriva attualmente dalla capacità di ciascuno Stato: (a) di creare valori economici in quantità sufficiente a mantenere equilibrata la propria “bilancia dei pagamenti”, cioè a produrre abbastanza beni e servizi da scambiare con i beni e servizi prodotti da altri Stati (import=export), (b) di non superare determinati livelli di indebitamento pubblico (debiti=crediti), (c) di non superare determinati livelli di deficit (entrate=uscite). Se uno Stato si attiene a questi parametri contabili la sua cartamoneta verrà ritenuta affidabile, si rafforzerà nei confronti delle altre monete e guadagnerà la fiducia internazionale. Se uno Stato non è in grado di garantire gli equilibri contabili sopra richiamati, entrerà in una spirale inversa, molto simile a quella del debitore disperato che man mano vende prima l’automobile, poi la casa, l’argenteria, e poi i gioielli di famiglia, ma non riduce però le proprie spese, né cerca un modo per guadagnare di più. Per restare nell’esempio lo Stato italiano ha già privatizzato (venduto) il proprio sistema industriale, ha dismesso (venduto) gran parte del patrimonio immobiliare, ed ha cartolarizzato (venduto) parte rilevante dei propri crediti. Per quanto attiene “l’argenteria”, già nel 2004 il governo italiano in carica considerò la vendita delle riserve di oro, pari a circa 25,5 miliardi di euro, detenute dalla Banca d'Italia, per utilizzarle a riduzione del debito. In questi giorni l’ipotesi si riaffaccia quale risorsa da utilizzare per ridurre il debito pubblico, anche se l’accordo sottoscritto nel 2004 tra 14 Banche Centrali Europee, limitava a 500 tonnellate annue la quota di oro smobilizzabili da ciascuna banca, stabilendo comunque che i ricavi dello smobilizzo (vendita) debbano essere destinati alla riduzione del debito pubblico di quel Paese. La vendita dell’oro della Banca d’Italia quindi farebbe parte del processo di riduzione del debito pubblico; ma se il debitore continua a spendere soldi che non ha, difficilmente gli sarà possibile risanare il proprio bilancio, e la sua carta-moneta, come gli assegni non coperti, ritornerà ad essere solo… carta.
 

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